Eighty Blues 7 ovvero non si esce vivi dagli anni '80 parte 7

Leggendo alcuni commenti recenti sugli ultimi post della serie Eighty Blues ovvero non si esce vivi dagli anni ’80, ho pensato che c’era una sottile linea che univa, chi ascoltava musica e leggeva fumetti. Mi sembrava interessante avere un contributo di chi si dedicava a leggere ed ascoltare, magari esplorando nuovi generi di fumetti e di musica.

Leggeremo le parole di Tony Pastel blogger

Su gentile invito di Enri scrivo poche righe sugli anni 80, e sono l’impressione di un lettore/ascoltatore che all’epoca dei fatti era studente universitario. Ho l’impressione che il gioco dei decenni sia iniziato proprio con o a causa degli anni 80, e credo che comunque un gioco debba rimanere, perché ognuno può trovare gli aspetti positivi del suo decennio preferito e quelli negativi degli altri a seconda dei suoi gusti.
Ad esempio chi ci teneva tanto alle ideologie e ne ha pianto la fine preferirà i settanta, ma per me, a parte il fatto che alcune ideologie, come le religioni, sono ancora in buona salute, le ideologie sono come un cibo in scatola, apri un’ideologia e hai già tutto il pensiero bello pronto e non hai bisogno di nient’altro, soprattutto non hai bisogno di pensare. Chi invece era un appassionato di sport ricorderà con piacere il 1982 e la vittoria nel Mondiale, con la cosiddetta fucilata di Goodwood.
Eh? Ci fu pure un altro mondiale? Che curiosa faccenda.

Vignetta tratta da Battutta di caccia di Enki Bilal

Vignetta tratta da Battutta di caccia di Enki Bilal

Una volta ho letto non ricordo dove che gli anni ottanta sono iniziati nel 1977 e finiti nel 1992, che sarebbe come farli iniziare col punk, o con la crisi del cosiddetto movimento nel microcosmo italiano, e finire con cosa? Forse la vera cesura dalle nostre parti fu il ritorno della guerra vera e brutale nel 1991. Io direi che gli anni ’80 sono iniziati nei paesaggi invernali est-europei dei fumetti di Enki Bilal e finiti al caldo del Messico o degli Usa messicani dei fratelli Hernandez, atmosfere riprese pure in Italia da Igort con Fuego, si è passati dal freddo interiore di Pazienza al caldo gommoso dei pupazzetti di Francesca Ghermandi, e in mezzo la Corazzata Anselmo II che entra nella baia dell’Isola di Sant’Agata, momento centrale epocale perché bastava quella tavola iniziale di Fuochi per eleggere Lorenzo Mattotti fumettista massimo, poi a me è bastata, voi fate voi.

Fumetto di Jaime Hernandez: Maggie Chascarrillo

Fumetto di Jaime Hernandez: Maggie Chascarrillo

E poi c’era la musica, e se c’eravate anche voi sapete quanto era difficile informarsi, ascoltare un po’ di musica che non fosse quella, non sempre malvagia, di Deejay Television, difficile trovare un programma radiofonico, ci si aiutava con passaparola e cassettine, lo dicono tutti, e mi ricordo ancora di quando un amico me ne passò una consigliandomi un gruppo italiano che si chiamava CCCP e facevano un pezzo intitolato Spara Juri roba davvero forte e originale, e allora perché ora che internet ci permette di avere molte più informazioni, di ascoltare, di vedere concerti live dall’altro capo del mondo vi lamentate e demonizzate questo mezzo e il computer e l’elettronica eccetera?
Anche per la musica ognuno può trovare gli aspetti positivi o negativi dei decenni, non è che negli anni ’70 ci fosse il deserto, e se i punk inglesi ascoltavano The Who, glam, pub rock, c’era anche tanta altra buona musica e coraggiosa, potete chiedere a quel druido di Julian Cope, e non parliamo certo dei Genesis o dei Pink Floyd di Waters. Ma se nei ’70 c’era voglia di sperimentare, negli anni ’80 c’era innanzitutto voglia di suonare, comunque, ispirandosi anche ad altri genere che non il punk, come il soul e il country (la scena scozzese, soprattutto con Orange Juice e Prefab Sprout), il pop dei sessanta (The Smiths, XTC) con in aggiunta la psichedelia (R.E.M.), ma il gruppo che ebbe più influenza su quel decennio furono senz’altro i Velvet Underground (e non solo per Jesus & Mary Chain e ancora tanta parte del rock scozzese). Insomma si cominciò in bellezza, si continuò in bellezza e si finì col botto di Doolittle di quei Pixies dei cui meriti storici si appropriarono i Nirvana. E infine negli interstizi degli anni ’80 c’erano gli anticipatori della musica che sarebbe venuta, dell’acid jazz (EBTG, Style Council, Sade) e dell’exotica e altri revival annessi (Monochrome Set).
Insomma non si stava male, però le Warpaint ce l’abbiamo solo noi degli anni dieci.

Jesus & Mary Chain cd 3pollici allegato al libro di Stampa Alternativa

Jesus & Mary Chain cd 3pollici allegato al libro di Stampa Alternativa

Riferimenti

Eighty Blues 6 ovvero non si esce vivi dagli anni '80 parte 6

Ho ripreso la serie di storie e pensieri intitolata Eighty Blues ovvero non si esce vivi dagli anni ’80, partendo da Milano con la fanzine Zero Zero, ideata in gran parte da Giacomo Spazio. A Milano, fra i tanti studenti, c’è chi sente la voglia di esprimersi suonando e disegnando: ecco la sesta puntata con le parole di Zop, che ci racconterà della sua voglia di fare qualcosa di diverso, di esprimersi con quello che ha sottomano e di sentire l’urgenza di farlo. E come? Disegnando e suonando.
Siamo a Milano, nel 1985 al liceo classico Carducci.

Un ricordo degli anni Ottanta

di Zop

Metal Hurlant raccoltaSono gli anni Ottanta. Ho tanta voglia di musica e fumetti. Ma per me “musica” significa solo un certo preciso tipo di musica, e “fumetto” significa solo un certo preciso tipo di fumetto.
Nell’aria si filosofeggia che siano le due facce di una stessa medaglia, attraversate dallo stesso spirito di ribellione e creatività, chissà poi perché. In edicola ci sono riviste a fumetti di nuova concezione legate anche alla musica, si chiamano Totem, Pilot, Metal Hurlant e traducono soprattutto autori francesi: Bilal, Caza, Jean Giraud più noto come Moebius… Non ci sono le graphic novel, c’è il fumetto d’autore. In Italia c’è Paz (Andrea Pazienza) o Milo Manara, che produce ancora storie impegnate come Lo scimmiotto o Le avventure di HP (che sta per Hugo Pratt).

Frequento il liceo classico Carducci di Milano, che è una scuola bene, ma mi sento un ribelle. Scarabocchio sulla Smemoranda, disegno tavole con le mie storie geniali che sogno un giorno di pubblicare. Mi chiamano tutti zop e vorrei essere Paz.

Strimpello la chitarra. Male. Malissimo. Ma non fa nulla. Sogno lo stesso di essere su un palco a suonare e cantare, ameno una volta nella vita.

Ogni tanto pubblico qualche vignetta sulla rivista della scuola, il ciclostilato Sepolti vivi. Ci sentiamo sepolti vivi al Carducci, e quel nome richiama, cinicamente, la tragedia di Alfredino Rampi. Dopo due o tre numeri il giornalino chiude. Rinasce qualche tempo dopo con più fortuna e spessore con un altro nome e formato: Neopolis.

Caricatura di Mangelli di ZopUn giorno, al collettivo studentesco si decide di organizzare un grande concerto nell’aula magna. C’è uno di terza che ha agganci con un gruppo punk del Virus, uno dei peggiori centri sociali della città. Peggiore vuole dire fico. Si candida anche un gruppo della scuola, gli Effetti collaterali. Però loro suonano davvero, sono bravi e sanno persino leggere gli spartiti. Poi c’è Marco Mangelli, che storpiamo spesso in Mangiolli. Lo conoscono tutti a scuola, al basso è un dio, praticamente un professionista, e suona con altri bravissimi. Mi ha insegnato lui a fare i primi accordi, e io gli ho fatto un ritratto-caricatura che hanno pubblicato sul giornalino.

Anche io sono conosciuto da tutti, sono uno di quelli che fa casino e non passo inosservato. Voglio suonare anche io in quel concerto.

Qualche giorno dopo ne parlo al mio amico Ghillo che frequenta un istituto grafico e mi propone di creare appositamente un gruppo. Dice che farebbe volentieri il batterista.

Ghillo non ha mai suonato la batteria in vita sua, ma corre a comprarsene una e la piazza in un angolo in un magazzino della ditta del padre. Di fronte a una batteria vera e a un concerto, si aggrega anche Luciano, che sa strimpellare e ha il sogno di fare l’attore. Salire sul palco è qualcosa che gli scorre nelle vene. Anche lui è uno che spicca al Carducci. Canta e suona la chitarra molto meglio di me. Come tutti del resto. Però io sono anche un autore: ho appena composto un pezzo di rock demenziale che si intitola “Mia nonna si fa le pere” ispirato allo stile degli Skiantos. Consiste in un testo scritto a mano su un foglio bianco con sopra annotati gli accordi, un giro di Mi. Glielo accenno. È fatta!

Locandina Jack Tripper di ZopPropongo di chiamarci i Jack Tripper. Suona bene, è il protagonista del mio telefilm preferito, uno che vive con due donne. Gli altri due ne sono entusiasti, nessuno può trovare un nome migliore e di migliore auspicio.

Torno a scuola e chiedo agli organizzatori di farci partecipare. Mi dicono che i giochi sono fatti e non si può più. Rispondo che facciamo solo tre pezzi, possiamo aprire e toglierci di torno dopo 10 minuti senza influire troppo sulla scaletta. Mi dicono che non ci hanno mai sentiti suonare e non diamo garanzie. Mentre le cose si mettono male e tira aria di rissa, passa di lì Mangiolli che sentenzia un “si può fare”. La sua parola è la migliore garanzia musicale possibile, in quella scuola. E così ci mettono nel cartellone e mi precipito a disegnare una locandina con cui tappezzo i muri del liceo.

Siamo solo in tre, come i Police. A dire il vero ci manca il basso, ma pazienza. Una batteria, due chitarre e nessuno che sappia suonare. Dopo i Sex Pistols, siamo noi la più grande truffa del rock.

Abbiamo solo 15 giorni per provare. Non possiedo nemmeno una chitarra elettrica, ma la rimedio da un amico in prestito. Ci si trova una notte nel magazzino del padre di Ghillo, dietro al parco Lambro. Il locale, enorme e vuoto, crea un effetto cassa di risonanza che sparge i nostri rumori per tutto il quartiere. La polizia arriva nel giro di un’ora, e la prima delle nostre prove viene interrotta. Ne facciamo un altro paio in seguito in uno scantinato che non ricordo, ma i risultati sono pessimi.

E’ il giorno del concerto e i Jack Tripper aprono le danze. In fondo all’aula magna vedo tra gli spettatori il preside, in piedi contro il muro accanto alla moglie incinta. Attacchiamo con “Mia nonna si fa le pere” e scappa via dopo meno di un minuto.

Io canto, intonato e con grinta. Però suono la chitarra da cani e vado fuori tempo sin dai primi accordi. Luciano mi fulmina con gli occhi. Capisco che lo devo guardare, così seguo almeno i movimenti della sua mano, che esegue gli stessi accordi, visto che non ho alcun orecchio. Anche Ghillo va un po’ per conto suo: picchia sulla batteria forte e a casaccio, solo con le mani, perché non è capace di tenere contemporaneamente il ritmo anche con i piedi e di aggiungere la grancassa.

Però abbiamo davanti almeno quaranta persone che ci incitano e gridano i nostri nomi come fossimo celebrità solo perché ognuno si è portato gli amici. E il loro entusiasmo trascina la folla. Nelle prime file tutti ballano e si sbellicano. Sento distintamente due che si dicono: “Fanno apposta. Lo stanno facendo apposta!
Non lo facciamo apposta. Gli Effetti collaterali ci guardano increduli. Mangiolli ride. Tutti ridono. I punk del Virus ci scrutano con sospetto e meditano sul da farsi. Ci tirerebbero volentieri addosso qualche lattina di birra e ci scaraventerebbero giù dal palco a forza, ma sono frenati dal fragore delle prime file che ci urlano: “Grandi!” Sul palco ci divertiamo come matti e ci esibiamo con la forza dell’ignoranza. Crediamo di fare musica, ma stiamo facendo cabaret. Il risultato è comunque un trionfo e scendiamo dal palco illesi e tra gli applausi. Poi salgono gli altri e inizia la musica vera.

Nessuno di noi ha più coltivato la carriera musicale.
Ghillo oggi fa l’imprenditore in Spagna.

Luciano è diventato un bravo attore.

Io ho abbandonato la via del fumetto, ma ogni tanto scrivo un libro.
Nel frattempo gli anni Ottanta sono morti, e noi siamo ancora quasi tutti vivi.

 

Riferimenti

Mike Watt Le tre opere: intervista al traduttore

Mike Watt writing poems stella * nera

Il libro Watt di Hector Valmassoi contiene i testi delle canzoni del musicista Mike Watt. Hector ha scelto di tradurre gli album che il musicista ha ribattezzato le Tre opere punkContemplating the engine room, The secondman’s middle stand e Hyphenated-man. Questi dischi sono significativi perché riguardano dei passaggi particolari nella vita del musicista di San Pedro. Gli album sono stati pubblicati fra il 1997 ed il 2010.

Oltre ai testi degli album, Hector ha inserito una raccolta di poesie di Mike Watt: impressioni di vita, punti di vista introspettivi o in ricordo di musicisti (John Coltrane, John Entwistle dei The Who). Un approfondimento per scoprire un’altra sfaccettatura della sensibilità del musicista di San Pedro.

Mike Watt è stato il bassista dei Minutemen, un gruppo musicale dell’underground americano degli anni’80. La band iniziò con il punk ma il loro stile si trasformò in una musica più creativa, mescolando punk rock con sonorità jazz e funk. I Minutemen interruppero l’attività musicale per la morte prematura di D. Boon, cofondatore del gruppo e amico fraterno di Mike. Il musicista ha continuato a suonare dando vita ai fIREHOSE e collaborando con gruppi indipendenti, come i Sonic Youth oltre a suonare dal 2003 il basso con Iggy Pop and the Stooges.
Sono state la presentazione del libro, la cura e la passione con cui Hector ha svolto il lavoro, che mi hanno fatto intuire un qualcosa in più oltre alla traduzione dei testi di Mike Watt.

Domanda: Hector, sono rimasto piuttosto sorpreso di vedere e leggere un libro italiano sui testi di Mike Watt.
Risposta: Sono sorpreso anch’io che finora nessuno ci abbia pensato. Probabilmente è qualcosa che non ha mercato. Mentre raccoglievo materiale che mi sarebbe servito per la realizzazione del libro, ho spesso osservato che l’editoria italiana, tranne qualche raro caso – “American hardcore” di Steven Blush tradotto e pubblicato da Shake e, più tardi, “American Indie”, traduzione di “Our band could be your life” di Michael Azerrad uscito per Arcana – ha stranamente trattato di punk o della cosiddetta musica indie saltando dai Sex Pistols direttamente ai Nirvana, dimenticando tutto ciò che è avvenuto in mezzo. Mi riferisco alla scena underground americana degli anni ottanta ed in particolare a tutto il fermento che ne è scaturito con i gruppi che, partendo da sonorità hardcore, hanno sviluppato linguaggi differenti ed originali, virando verso contaminazioni con altri generi musicali ed arricchendo così il proprio lavoro di nuove idee e nuove sonorità: Minutemen, Hüsker Dü, Saccharine Trust, Mission of Burma, Butthole Surfers, solo per citare alcune bands tra quelle che hanno contribuito alla mia “educazione”. Ecco, credo di aver voluto scrivere il libro che avrei voluto leggere.

D Boon Minutemen - punk is whatever we made it to besticker di Robert Locker

D: Mike Watt e i Minutemen sono stati un esperienza importante nel panorama della musica underground americana.
R: I Minutemen hanno aperto nuove strade: musicalmente hanno esplorato nuovi territori, sono stati rappresentativi dell’etica punk del do-it-yourself, hanno riempito le canzoni di riflessioni personali e di idee politiche, hanno funzionato anche da collante per la comunità punk della South Bay di Los Angeles e come esempio per molte bands sparse per gli Stati Uniti. Con la morte di D. Boon, avvenuta nel 1985 in un incidente stradale, molto è andato perso. Mike Watt continua a portare avanti i messaggi e le motivazioni che sono stati la spinta iniziale del suo motore: ancora oggi conclude i suoi concerti con l’invito “Start your own band”, mettete in piedi il vostro gruppo.

D: Perché hai scelto di tradurre gli album “Contemplating the engine room”, “The secondman’s middle stand”e “Hyphenated-man” e non i testi dei Minutemen?
R: Sono partito con l’idea, in verità abbastanza folle, di pubblicare le traduzioni di tutti i testi scritti da Mike Watt, comprendendo quindi le canzoni scritte, cronologicamente, per Reactionaries, Minutemen e fIREHOSE, per arrivare infine ai dischi solisti. Intorno ai vent’anni avevo già tradotto, ad uso strettamente personale, per comprendere meglio qualcosa che percepivo così vicino a quello che mi girava in testa, le canzoni di Minutemen e fIREHOSE, chiedendomi nel corso degli anni se valesse la pena riprenderli in mano e ricavarne un libro. Le traduzioni sono ancora tutte lì ed ogni tanto penso che sì, potrei tirarci fuori qualcosa di interessante. La scelta di focalizzare il libro sulle tre opere è stata di Watt, con cui ho condiviso tutto il percorso di realizzazione, dalla traduzione fino alla decisione di pubblicarlo fuori dai canali commerciali.

Mike Watt albums Contemplating The Engine Room - The Secondman's Middle Stand - Hyphenated-Man

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Franti 2016 situazione non classificata

Franti, riprendendo quelle situazioni …

Talvolta parlando con amici e conoscenti ci si chiede … e i Franti? Chi per curiosità, chi per amicizia ma soprattutto per chi l’esperienza lasciata dal collettivo musicale torinese era ed è rimasta importante.

Pur non amando le classificazioni, i Franti si autodefinirono una hardcore folk band.

Lalli, Stefano Giaccone e gli altri componenti dei Franti hanno continuato da soli o a volte incrociandosi ma troppo forte è la memoria musicale dei Franti lasciata a molto di noi, sulla società, sul lavoro, sul rapportarsi con gli altri. Tutto nasceva dalla loro musica per raggiungere chi aveva o ha il desiderio di non essere assimilato a una persona non pensante. Una delle loro caratteristiche fu di attenersi alla completa autogestione: dischi, cassette audio e concerti con la loro supervisione.

La non etichetta stella*nera di Marco Pandin ristabilisce un contatto con l’opera dei Franti, ristampando i 3 CD di “Non Classificato” e l’album di Stefano Dellifranti “Non un uomo né un soldo …”, entrambi esauriti da tempo. L’edizione del 2015 contiene i tre album e un libro ricco ricco di materiali sui Franti. Entrambe le edizioni sono state curate personalmente da Marco Pandin con Ettore Valmassoi e l’approvazione dei membri del gruppo torinese.

Dopo aver avuto fra le mani queste ristampe, ho voluto parlarne con Marco.

Domanda: Da dove nascono registrazioni de “Non un uomo né un soldo …”?
Risposta: Si era nel gennaio e febbraio 1991, prima guerra del Golfo, alla fine dell’escalation di eventi che avevano portato all’operazione Desert Storm. Stefano Giaccone, Lalli e Toni Ciavarra avevano raccolto una manciata di canzoni per dire ancora una volta no alla guerra. Sono bastate poche ore, buona la prima. Ne era stata fatta una cassetta a nome Stefano Dellifranti (+ Lalli e Toni), titolo “Non un uomo né un soldo”, messa in circolazione in poche copie di fattura casalinga, invitando a copiare e diffondere. Un messaggio in bottiglia, come si fa da sempre, affidato al mare con la speranza che non arrivi sulla spiaggia sbagliata.

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5 Perché dovevi registrare un vinile negli anni '80?

Giacomo Spazio è un artista underground a tutto tondo: musicista, grafico e pittore, nonché fondatore della fanzine Vinile e fondatore dell’etichetta discografica Vox Pop.
Le sue attività iniziarono negli anni’80 a Milano, è stato anche membro fondatore della band new wave 2+2=5.
Sentiamo da Giacomo perché si doveva registrare un vinile negli ann’80.

2+2=5 Giacomo Spazio Trevor Finn Rieko

Giacomo Spazio, inseguitore di sogni

Non ho mai pensato che fare un disco in vinile fosse importante.
Quando ho iniziato ad occuparmi seriamente di musica, producevo K7 (tape). Belle, bellissime. Facili da comperare e ancora più semplici da registrare, in casa con la doppia piastra. Vero DIY.
Regitrare un disco in vinile, arrivò, anni dopo. Quando Nino si convinse che potevamo insieme produrre qualcosa di interessante. Solo allora, finite le registrazioni di “…Into The Future…” con Rieko che ci diede man forte suonando le tastiere, pensammo che era il momento di stampare un vero e proprio LP. Ci aiutò in questo la Ma.So. e finalmente la nostra band, che in culo alle regole, avevamo battezzato con un operazione matematica (2+2=5), diventò reale. Tutti, al dire il vero non proprio tutti poiché stampammo 500 copie, si accorsero che esistevamo.
Persino la rivista inglese NME, parlò del nostro disco. Ma concerti praticamente nulla. Quelli arrivarono dopo, quando le strade artistiche di ognuno iniziarono a prendere direzioni differenti. Ma sono davvero felice di avere pubblicato dei dischi in gioventù, sia per l’amicizia che mi lega ancora ai miei compagni di avventura, sia perché (come tutti quelli che allora hanno lasciato un segno tangibile) abbiamo inciso in maniera indelebile la STORIA di questa nazione!

Da Mutazione a Musica per architetture abbandonate

Daniele Ciullini Musica per architetture abbandonateDaniele Ciullini durante gli anni ’80 gestiva fanzine e componeva musica elettronica e ora grazie alla nuova riscoperta della vecchia scena underground italiana degli anni ’80 è stato selezionato da Alessio Natalizia nella compilation Mutazione, edita per l’etichetta inglese Strut Records. Interessante riprendere gli esperimenti del passato ma ora Daniele sta vivendo una nuova creatività musicale proprio nella sua città, Firenze. Daniele ha sempre cercato delle suggestioni da luoghi isolati o abbandonati per trarne ispirazione.
Il progetto sonoro Musica per architetture abbandonate è ormai rilasciato già da qualche mese ma ci sono altre novità …

Domanda: Daniele, introduci la scena underground degli anni ‘8o a Firerenze.
Risposta: Gli anni ’80 hanno attraversato Firenze con tutto il loro potenziale di creatività un po’ come dovunque. E’ stata un’onda che ha toccato tutte le aree, anche se arti applicate, teatro e musica hanno fatto la parte del leone. Secondo le leggi che governano lo sviluppo della società in genere ad una moltiplicazione quantitativa di prodotti culturali ha corrisposto poi la nascita di una rete di spazi e occasioni nei quali portare in superficie le produzioni; sono così sbocciati discoteche, trasmissioni radio, club, negozi e fanzines nei quali quel variopinto mondo mutante e trasgressivo ha trovato sede. Un circuito che qualitativamente e quantitativamente ha oscurato quello più ufficiale, chiuso nel mantenimento della tradizione e incapace di aprirsi al cambiamento. Queste in sintesi le luci. Le ombre invece, a mio avviso, sono localizzate sul fiato corto che tanti nomi e situazioni hanno avuto. Quasi una fiamma che rapidamente si è spenta, così che soltanto ben pochi progetti sono stati capaci di reggere l’urto del tempo sviluppando quei geni di bellezza e novità mostrati in origine.

→ Prosegui la lettura di Da Mutazione a Musica per architetture abbandonate di Daniele Ciullini

No Love, No Peace dei Crass

Crass No Love No Peace copertina libro di Marco Pandin stella*neraOggi ho finalmente il piacere di parlare del libro CRASS dedicato al collettivo inglese anarcopunk, curato da Marco Pandin ed edito da Stella*Nera.
I CRASS riuscirono a creare uno stile di vita originale e controcorrente, il cui veicolo era la musica punk con un forte messaggio politico e sociale nella Gran Bretagna a cavallo della fine degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta. I CRASS riuscirono a dimostrare che si poteva produrre e promuovere dischi, organizzare concerti autonomamente al di fuori dei circuiti ufficiali, facendo conoscere temi come il pacifismo, l’uguaglianza, lo stile di vita vegetariano e il rispetto dell’ambiente. I CRASS fondarono anche un etichetta discografica autogestita che produsse altre band anarcopunk, in linea con gli stessi valori.

Marco Pandin di Stella*Nera ha finalmente pubblicato un nuovo libro dedicato alla storica band anarcopunk inglese dei CRASS. Marco infatti negli anni’80 stampò un libretto dedicato ai CRASS che però è andato esaurito da quasi subito. Dopo anni Marco Pandin ritorna sull’argomento CRASS (ne abbiamo parlato qui), arricchendolo di nuovi contenuti e con la testimonianza di un concerto dell’ultimo periodo di attività del gruppo anarcopunk.
Il volume ha due CD allegati, nel primo troviamo il concerto dei CRASS, tenuto al Marcus Garvey Center in Gran Bretagna, il due maggio del 1984.
Nel secondo CD nello stesso giorno ci sono degli altri gruppi amici dei CRASS che furono ospiti e suonarono nella stessa giornata: i D&V, i Flux Of Pink Indians e con una performance di Annie Anxiety.
Il libro è stato pensato come una sorta di biografia accompagnata dalle traduzioni dei volantini che i CRASS distribuivano ai concerti o agli eventi a cui partecipavano.
La parte successiva prosegue con le traduzioni dei testi delle canzoni suonate durante il concerto e con alcuni scritti aggiuntivi.
Inoltre c’è l’intervista che Marco Pandin fece la prima volta che andò ad incontrare il gruppo anarcopunk inglese alla Dial House ad Epping.

Dopo lo scioglimento dei CRASS, Marco Pandin è rimasto in contatto con i musicisti e ha pubblicato per Stella*Nera altro materiale riguardante i CRASS o l’album dei Judas II di Pete Wright, bassista della band anarcopunk.
Il libro CRASS è pubblicato con la piena approvazione dei musicisti.

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4 Perché dovevi registrare un vinile negli anni '80?

Confusional Quartet Morrowyellow copertine vinile

Entrare in studio per registrare un disco in vinile o una cassetta su nastro magnetico, era un passo importante, certamente meglio il vinile fra i due supporti sonori.
Altre due voci dall’underground italiano nostro underground parlano della loro esperienza sicuramente vera e disincantata. Marco dei Confusional Quartet e Joyello dei Morrowyellow non si fermati agli anni ’80, sono andati oltre, fino ad oggi.

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Vinile la fanzine rivista - musicale intervista a Giacomo Spazio

Fanzine Vinile 2 retro copertinaLa fanzine Vinile fu fondata a Milano negli anni ’80 e si tratta di una delle pubblicazioni underground più note. Gli artefici furono Carlo Charlie Albertoli, Gigi Marinoni e Giacomo Spazio.

Giacomo si occupava della parte grafica. Vinile era fra le pubblicazioni di Stampa Alternativa e l’intento di Charlie, Gigi e Giacomo era di creare una rivista nettamente diversa dalle altre riviste musicali italiane. Tenevi in mano Vinile come se fosse la copertina di un 45 giri, infatti queste erano le dimensioni di Vinile, il tutto interamente stampato su carta riciclata. La grafica interna molto underground, con immagini e disegni a fotocopia sporca ingrandita, mentre i caratteri per i testi sembravano quelli di una vecchia macchina da scrivere, ciò nonostante la sfogliavi e la leggevi benissimo.

Prima Carlo “Charlie” Albertoli poi il direttore pre – punk Gigi Marinoni ed ecco Giacomo Spazio, agitatore culturale, musicista con la band new wave 2 + 2 = 5, fondatore dell’etichetta musicale Vox Pop nonché artista.

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Vinile la fanzine rivista - musicale intervista a Gigi Marinoni

Vinile le copertine dei cinque numeriLa ricerca, che da tempo faccio qui nel blog, sulla scena musicale indipendente italiana, non poteva non imbattersi nella fanzine milanese Vinile.
La fanzine era curata Carlo Albertoli, Gigi Marinoni e Giacomo Spazio, tutto questo accadeva alla fine degli anni ’80 a Milano.

La rivista era pubblicata da Stampa Alternativa ed possedeva un aspetto grafico e di contenuti molto diverso dalla stampa musicale ufficiale. L’impianto grafico aveva le dimensioni di un 45 giri, copertina e pagine interamente stampate su carta riciclata. La grafica interna molto underground, con immagini e disegni a fotocopia sporca ingrandita, mentre i caratteri per i testi sembravano quelli di una vecchia macchina da scrivere, ciò nonostante la sfogliavi e la leggevi benissimo.

Ad ogni numero vi era un dischetto e una volta furono anche due. I brani erano tutti inediti di band italiane indipendenti e straniere. Le pagine erano fitte di recensioni musicali brevi e immediatamente comprendevi se spenderci delle lire. All’interno di Vinile vi erano articoli, interviste, discografie e concerti, insomma una fanzine o forse proprio una vera rivista musicale.
Dopo aver intervistato Carlo “Charlie” Albertoli mi sono chiesto perché non sentire anche il direttore pre – punk Gigi Marinoni sull’esperienza di Vinile? Ecco le stesse domande fatte a Carlo Albertoli rivolte a Gigi Marinoni.

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