Sparkle in Grey e Milano: intervista

A Milano c’è un gruppo musicale particolarmente originale: gli Sparkle in Grey. Gli ho scoperti da poco tempo e mi hanno particolarmente colpito con il loro ultimo album “Milano“.
Ascoltando i brani dell’ultimo album “Milano”mi è sembrato di percepire delle scintille nel buio, proprio come il loro nome. Un aspetto interessante degli Sparkle in Grey è la commistione di generi musicali: rock, musica elettronica, pensati in chiave strumentale. Il gruppo milanese non canta ma suona, talvolta ospita dei cantanti o inserisce dei campioni vocali. La musica è quindi strumentale e i titoli delle canzoni aiutano ad evocare delle atmosfere e quindi “Milano” è una sorta d’omaggio ad una città complessa .Le canzoni tendono ad indicare dei sentieri sonori, che mi hanno guidato nei meandri della metropoli lombarda. Una sensazione di perdita di orientamento mi ha accolto, ma per fortuna le interpretazioni degli Sparkle in Grey non mi hanno abbandonato fra la folla cosmopolita e fra i miasmi dei tubi di scappamento dei mezzi di trasporto. Gli Sparkle in Grey sono quattro musicisti di provenienza musicale diversa fra loro ed ero talmente incuriosito di approfondire la genesi di “Milano”, che ho provato a contattarli tramite il loro sito. Ha risposto Matteo Uggeri, che si è reso disponibile a parlare del disco e del gruppo.

Sparkle in Grey in studio

Domanda: Matteo, grazie per questa chiaccherata per prima cosa. Raccontami chi sono gli Sparkle in Grey.
Risposta: Innanzitutto grazie a te! Be’, gli Sparkle in Grey sono i ‘paladini del non genere’, o così ci ha definiti un giornalista del Mucchio anni fa, cosa che ci è molto piaciuta. All’anagrafe siamo Alberto Carozzi, Cristiano Lupo, Franz Krostopovic e me, più ormai, quasi stabilmente, Simone Riva, che dall’essere colui che ci affittava la sala prove (il “Silos” di Pagnano, nei pressi di Merate), è diventato batterista jolly e in un prossimo disco sarà presente in quasi tutti i brani. Negli anni sono stati Sparkle in Grey anche tanti altri ospiti che hanno reso la nostra musica più speciale, tra cui Osvaldo Arioldi Schwartz, Zacharia Diatta, Reem Soliman, Alessandro Pipino e tanti altri… Tutti in un certo senso indispensabili alla causa!

D: La vostra è un unione musicale lunga, che è culminata com l’ultimo album “Milano“. La vostra città?
R: In realtà non è proprio ‘la nostra città’: due di noi (io e Cris) ci vivono, ma gli altri (Franz e Alberto, nonché Simone) stanno in Brianza. Ma siamo tutti ‘city users’, come si dice adesso. Milano è una città difficile, il luogo comune dice che dà molto ma chiede molto. Siamo arrivati a trattarne perché il nostro sguardo musicale vaga di continuo tra il dentro ed il fuori: siamo partiti da tre dischi diciamo intimi, “The Echoes of Thiiings” (2005), “Nefelodhis” (con M.B., 2007) ed “A Quiet Place” nel 2008. Ai tempi anche la situazione politica e sociale consentiva di spendere tempo ed energie per guardarsi dentro e scoprire cose dolci o inquietanti. Col passare degli anni ci è parso che dovessimo occuparci anche di altri luoghi e di sognare una fuga o gettare sguardi su contesti ancora più tribolati (“Mexico”, 2011), oppure di mettesi a lottare contro tutto e tutti (“Thursday Evening, 2013, in cui era contenuto un sasso vero da usare a discrezione dell’ascoltatore). Nel frattempo ci sembrava lo stesso indispensabile conservare anche uno sguardo più intimo, sebbene sempre militante, ed abbiamo fatto il disco acustico, “The Calendar”, un ritorno alla terra. Senza accorgercene, nel frattempo altre musiche migravano lecitamente nelle nostre, e così è nato il disco “ﺭﺍﺩﻳﻮ ﺇﺯﺩﺍﻍ”, nel 2016, quando la Lega ancora non era al potere, quindi forse non è bastato. Allora, appunto, rieccoci con un’azione locale, speriamo di qualche valore, con “Milano”, in cui per la prima volta ci sono anche cover di pezzi di cantautorato italiano (da Enzo Jannacci e Roberto Vecchioni, per la cronaca), ma accanto a Throbbing Gristle e Cole Porter.

D: Mi racconti come è il vostro approccio in studio?
R: Come forse si evince dalla risposta precedente, in continua mutazione in termini di obiettivi artistici, ma abbastanza costante come modalità.
La procedura prevede:

  • Cena assieme, se possibile a casa di uno dei membri (di solito Alberto), a base di salumi, carboidrati e vino rosso (di solito di Cristiano);
  • In alternativa cena in luoghi sacri (se possibile l’Osteria Crono in via Pascoli a Milano, e la pubblicità occulta è qui del tutto volontaria);
  • Discussioni su vita, cinema, musica, calcio e orrori lavorativi quotidiani;
  • Svogliata corsa verso la sala prove (di solito il succitato Silos, per “Milano” il Guscio a Milano);
  • Montaggio della strumentazione in quasi rigoroso ed imbarazzato silenzio, ed incontro con l’owner della suddetta (di norma appunto Simone Riva che sovente, a seconda dell’umore e delle energie residue, può unirsi in qualità di batterista oppure riscuotere e ritirarsi);
  • Proposta da parte di Uggeri dei ‘brani della serata’ con relativa partenza delle basi ritmiche elettroniche;
  • Creazione e/o perfezionamento dei brani in questione da parte di tutti i componenti, fino all’avvenuta ‘forma finale’;
  • Registrazione delle varie take in modalità ‘cheap’, solo come promemoria, con successiva condivisione digitale via Dropbox (pubblicità, di nuovo).

In sostanza, mischiamo quella che potremmo definire una improvvisazione controllata “a prove ed errori” cui seguono tediosi processi di costante raffinamento dei brani che creiamo. Non so se il tutto è chiaro, ma è spiegato con quanta più onestà possibile.

D: Come è nato “Milano”? Immagino che siano nate delle idee “evocative” per poi giungere alla sua realizzazione finale.
R: Non saprei dirti. Mentre me lo chiedi mi viene in mente che tutti brani che hanno il sax di Cris come protagonista nel disco (la maggior parte) nacquero a casa di Alberto – quindi nemmeno in sala prove – in modo molto quieto, perché non potevamo fare casino. Non ricordo più perché non si andava al Silos, ma credo fosse perché io mi ero da poco trasferito appunto a Milano (prima stavo anche io in Brianza da molti anni, dopo esser nato nel capoluogo). Non ce la facevo a trovare le forze per la saletta, ancora più distante, anche perché al ritorno (verso la 1:30 di notte) sapevo che mi aspettava l’infinita ricerca di parcheggio. Per me dedicare un lavoro a Milano significava anche una catarsi rispetto alle fatiche che vivere in una città così mi imponeva (e mi impone tuttora, sebbene ora mi ci sia riappacificato).

D: Ascoltando l’album e leggendo le note di copertina, mi sembrate votati all’autoproduzione.
R: Sì e no: non è per una questione di voglia di indipendenza che ci autoproduciamo, ma è vero che per una musica fuori dai generi come la nostra è difficilissimo trovare label che ci credano e investano. Inoltre abbiamo una certa maniacalità per il formato in cui escono i dischi, grafiche comprese, e farceli da soli ci consente di fare tutto più o meno come ci pare (compatibilmente con il danaro a disposizione). È ideale quando etichette coraggiose come la mitica ADN, la minuscola ma resistente Moving Records e l’indomita stella*nera (Marco Pandin) ci supportano in tutto questo. A volte ci sembra incredibile, e la nostra gratitudine verso le persone che le gestiscono è immensa e sincera.

Sparkle in Grey MilanoD: Molto bella la copertina, me ne parli?
R: Da quasi sempre disegno io le illustrazioni per i dischi di Sparkle in Grey, ma per gli ultimi (lo split coi Controlled Bleeding e “ﺭﺍﺩﻳﻮ ﺇﺯﺩﺍﻍ”) non ce l’avevo fatta, non so perché, non mi veniva. Per “Milano” invece ho ritrovato l’ispirazione grazie alle chiacchiere serali nelle suddette cene (l’idea di metterci degli alberi venne a Cristiano e Alberto), a mia moglie (della quale ritrovai dei pastelli a cera che usava da bambina, con cui ho colorato tutto, e che è appassionatissima di libri illustrati) e alla mia prima figlia, con la quale disegnai la copertina mettendoci lei sulla palma. Aveva 3 anni ai tempi, ora ne ha 5 e ne va assai fiera, e sostiene che la sorella, Nora, sia quella disegnata sul CD (ma non era ancora concepita ai tempi… eppure forse è lei!).
Le immagini interne, di noi che suoniamo alla Scala, nudi, mentre l’acqua allaga tutto, mi sono sovvenute come un’ispirazione fulminante quando sono stato per la prima volta, sempre due anni fa, in quel teatro, grazie peraltro alla generosità di Valeria Bodanza, figlia del celeberrimo Pippo Bodanza, prima tromba della Scala per molti anni.

D: Presenterete “Milano” dal vivo?
R: No. E purtroppo non è una provocazione. È un dato di fatto: incrociare le agende di tutti noi per le prove e i live, ma soprattutto trovare venues che ci accolgano a condizioni decenti è durissima. Paradossalmente, i brani di Milano sono stati suonati live parecchi anni prima che il disco vedesse la luce, in poche occasioni. Saremmo felici di farlo d nuovo, ma onestamente vedo la cosa come poco probabile. Magari in futuro sarà più facile. I pezzi dei due prossimi dischi in uscita sono in un caso non suonabili live per niente (hanno tutti dei cantanti ospiti), oppure fatti per essere suonati live. Sono quelli di un disco chiamato “Addio”, che speriamo veda la luce nel 2021. Per quest’anno, appunto ci concentriamo sul disco cantato, “Two Sing Too Swing” (titolo provvisorio). Io non amo molto suonare live, devo ammetterlo, ma gli altri sì, solo che ciò non basta a fare di noi una touring band, quindi anche la nostra potenziale fama ne risente molto. Credo sia il nostro limite più grosso. Mi appello al fatto che anche gente come Beatles e R.E.M. ha smesso di fare concerti da un certo punto in avanti. Certo, prima di fermarsi ne hanno calcati di pachi! La sigla Sparkle in Grey compie 20 anni quest’anno (1999-2019), magari un concertino per ricordarcelo sarebbe bello farlo, chissà…

Riferimenti

Superman: un saggio sul personaggio dei fumetti – Intervista a Filippo Rossi

SUPER 80 anni del primo supereroe da Nembo Kid a Superman di Filippo Rossi

Poco tempo fa ero in una libreria e stavo guardando gli scaffali dei fumetti. Fra i vari albi mi è capitato fra le mani un saggio dedicato a Superman. Mi sono ricordato che proprio l’anno scorso il supereroe americano ha compiuto ottant’anni. Così tanto per curiosità l’ho sfogliato, poi sono tornato all’indice e l’ho guardato con più attenzione. L’autore del saggio, Filippo Rossi, analizza tutta la “vita” di Superman, dagli esordi dell’aprile 1938, fino ad oggi. Il personaggio è “volato” passando tra molteplici media: fumetti, televisione, radio, teatro, cinema, divenendo un fenomeno “pop”. Questa icona americana è stata amata da intere generazioni di lettori, tornando alla ribalta con le sue ultime gesta cinematografiche. L’autore del libro Rossi racconta l’intero periodo di vita del personaggio, non dimenticando anche i suoi super-amici: Batman e Wonder Woman, che in più di qualche frangente lo hanno aiutato.

Sinceramente non pensavo di trovare un opera saggistica così completa e ben argomentata, mosso dalla curiosità ho fatto chiacchierata con l’autore, Filippo Rossi.

Domanda: Filippo, chi è esattamente Superman?
Risposta: Superman è sia popolare che misterioso. Essendo il personaggio un’icona culturale dell’America, da otto decadi tra le più riconoscibili e famose, è ovviamente un paradosso, ma non casuale. L’essere umano vive tramite i paradossi. Tanto Star Wars (altro mito noto ma ancora da studiare nel profondo) quanto Superman hanno la forza, a mio parere ancora poco compresa dal grande pubblico, della contemporaneità. La saga science fantasy o space fantasy americana, o meglio globale, di Guerre Stellari è un intreccio di scontri generazionali che si applicano anche alla realtà: sono sempre i giovani a produrre un nuovo film o una nuova esperienza, andando contro la generazione precedente e distruggendola, pur conoscendola e amandola. I supereroi DC Comics e in particolar modo Superman hanno, allo stesso modo, la forza dell’attualità: in ottant’anni il personaggio dell’alieno caduto sul nostro mondo per acquisire poteri eccezionali si è evoluto e si è adattato a ogni periodo storico umano del “Secolo breve”, tra il Novecento e il Duemila. Il secolo che ha avuto e ha il potere di esaltare o distruggere l’umanità del pianeta Terra. Grazie ai creatori fumettistici Jerry Siegel e Joe Shuster, e al complesso e lungo lavoro editoriale della DC Comics, Superman e i suoi amici supereroi hanno vissuto, con noi e come noi, ogni epoca; dalla Grande Depressione alla Seconda guerra mondiale, dalla Coca Cola alle bombe atomiche, dal Rock and Roll al Vietnam, dalla Contestazione studentesca alla Guerra fredda, dalle crisi energetiche al terrorismo, dalla caduta del muro di Berlino ai movimenti populisti. Superman c’è sempre stato, interprete delle più intime pulsioni del genere umano.
Il mio “Super: 80 anni di Superman, il primo supereroe” per Runa Editrice, Padova, narra le gesta dell’Uomo d’Acciaio e dei suoi super-amici: Batman e Wonder Woman, ossia la “Trinità” DC, e di tutti gli altri supereroi.

D: … e per te chi è “l’uomo d’acciaio“?
R: Superman è “semplicemente” un buono che, dotato di poteri immensi, sceglie di usarli per aiutare il prossimo, un essere vivente che avrebbe il potere di spaccare tutto o dominare tutto ma non lo fa, lasciando spazio libero agli umani, alle loro scelte, ai loro eroismi e alle loro meschinità, ai loro trionfi e ai loro fallimenti. Si limita, dolorosamente, a dare un esempio concreto, necessario per quanto spesso inascoltato o incompreso. È un testimone partecipe del libero arbitrio dell’umanità. Ne ha dato una visione interessante l’ultimo lavoro multi-film di Zack Snyder, colui che ha proiettato luce cinematografica alla storia inenarrabile di “Watchmen” e ha saputo usarla per modernizzare, a suo modo, Kal-El. Superman è migrante e clandestino, un buon samaritano apolide che soffre: un Cristo del XX e del XXI secolo. In fin dei conti è frutto dell’invenzione di due ebrei. Di Supermen reali ce ne sono tanti e tutti hanno sofferto, tutti sono stati uccisi dalle circostanze umane: dal Gesù storico a Mahatma Gandhi, da Martin Luther King a Nelson Mandela, distrutto da decenni di carcere duro e ingiusto. Oggi, Superman l’ho intravisto in un’immagine ripresa per caso di Marc Gasol, il famoso e ricchissimo e fisicatissimo cestista catalano dell’NBA che, pur avendo la possibilità di godersi la vita, ha deciso di tuffarsi segretamente in mare per salvare migranti, come volontario, senza pubblicità. L’ha fatto “togliendosi gli occhiali”, sfruttando l’identità segreta, senza fiatare, sporcandosi il corpo nell’acqua salmastra del Mediterraneo e lordandosi le mani con il sangue degli innocenti. Di Supermen ce ne sono anche oggi, anche se non danno nell’occhio.

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Eighty Blues 7 ovvero non si esce vivi dagli anni ’80 parte 7

Leggendo alcuni commenti recenti sugli ultimi post della serie Eighty Blues ovvero non si esce vivi dagli anni ’80, ho pensato che c’era una sottile linea che univa, chi ascoltava musica e leggeva fumetti. Mi sembrava interessante avere un contributo di chi si dedicava a leggere ed ascoltare, magari esplorando nuovi generi di fumetti e di musica.

Leggeremo le parole di Tony Pastel blogger

Su gentile invito di Enri scrivo poche righe sugli anni 80, e sono l’impressione di un lettore/ascoltatore che all’epoca dei fatti era studente universitario. Ho l’impressione che il gioco dei decenni sia iniziato proprio con o a causa degli anni 80, e credo che comunque un gioco debba rimanere, perché ognuno può trovare gli aspetti positivi del suo decennio preferito e quelli negativi degli altri a seconda dei suoi gusti.
Ad esempio chi ci teneva tanto alle ideologie e ne ha pianto la fine preferirà i settanta, ma per me, a parte il fatto che alcune ideologie, come le religioni, sono ancora in buona salute, le ideologie sono come un cibo in scatola, apri un’ideologia e hai già tutto il pensiero bello pronto e non hai bisogno di nient’altro, soprattutto non hai bisogno di pensare. Chi invece era un appassionato di sport ricorderà con piacere il 1982 e la vittoria nel Mondiale, con la cosiddetta fucilata di Goodwood.
Eh? Ci fu pure un altro mondiale? Che curiosa faccenda.

Vignetta tratta da Battutta di caccia di Enki Bilal

Vignetta tratta da Battutta di caccia di Enki Bilal

Una volta ho letto non ricordo dove che gli anni ottanta sono iniziati nel 1977 e finiti nel 1992, che sarebbe come farli iniziare col punk, o con la crisi del cosiddetto movimento nel microcosmo italiano, e finire con cosa? Forse la vera cesura dalle nostre parti fu il ritorno della guerra vera e brutale nel 1991. Io direi che gli anni ’80 sono iniziati nei paesaggi invernali est-europei dei fumetti di Enki Bilal e finiti al caldo del Messico o degli Usa messicani dei fratelli Hernandez, atmosfere riprese pure in Italia da Igort con Fuego, si è passati dal freddo interiore di Pazienza al caldo gommoso dei pupazzetti di Francesca Ghermandi, e in mezzo la Corazzata Anselmo II che entra nella baia dell’Isola di Sant’Agata, momento centrale epocale perché bastava quella tavola iniziale di Fuochi per eleggere Lorenzo Mattotti fumettista massimo, poi a me è bastata, voi fate voi.

Fumetto di Jaime Hernandez: Maggie Chascarrillo

Fumetto di Jaime Hernandez: Maggie Chascarrillo

E poi c’era la musica, e se c’eravate anche voi sapete quanto era difficile informarsi, ascoltare un po’ di musica che non fosse quella, non sempre malvagia, di Deejay Television, difficile trovare un programma radiofonico, ci si aiutava con passaparola e cassettine, lo dicono tutti, e mi ricordo ancora di quando un amico me ne passò una consigliandomi un gruppo italiano che si chiamava CCCP e facevano un pezzo intitolato Spara Juri roba davvero forte e originale, e allora perché ora che internet ci permette di avere molte più informazioni, di ascoltare, di vedere concerti live dall’altro capo del mondo vi lamentate e demonizzate questo mezzo e il computer e l’elettronica eccetera?
Anche per la musica ognuno può trovare gli aspetti positivi o negativi dei decenni, non è che negli anni ’70 ci fosse il deserto, e se i punk inglesi ascoltavano The Who, glam, pub rock, c’era anche tanta altra buona musica e coraggiosa, potete chiedere a quel druido di Julian Cope, e non parliamo certo dei Genesis o dei Pink Floyd di Waters. Ma se nei ’70 c’era voglia di sperimentare, negli anni ’80 c’era innanzitutto voglia di suonare, comunque, ispirandosi anche ad altri genere che non il punk, come il soul e il country (la scena scozzese, soprattutto con Orange Juice e Prefab Sprout), il pop dei sessanta (The Smiths, XTC) con in aggiunta la psichedelia (R.E.M.), ma il gruppo che ebbe più influenza su quel decennio furono senz’altro i Velvet Underground (e non solo per Jesus & Mary Chain e ancora tanta parte del rock scozzese). Insomma si cominciò in bellezza, si continuò in bellezza e si finì col botto di Doolittle di quei Pixies dei cui meriti storici si appropriarono i Nirvana. E infine negli interstizi degli anni ’80 c’erano gli anticipatori della musica che sarebbe venuta, dell’acid jazz (EBTG, Style Council, Sade) e dell’exotica e altri revival annessi (Monochrome Set).
Insomma non si stava male, però le Warpaint ce l’abbiamo solo noi degli anni dieci.

Jesus & Mary Chain cd 3pollici allegato al libro di Stampa Alternativa

Jesus & Mary Chain cd 3pollici allegato al libro di Stampa Alternativa

Riferimenti

Eighty Blues 6 ovvero non si esce vivi dagli anni ’80 parte 6

Ho ripreso la serie di storie e pensieri intitolata Eighty Blues ovvero non si esce vivi dagli anni ’80, partendo da Milano con la fanzine Zero Zero, ideata in gran parte da Giacomo Spazio. A Milano, fra i tanti studenti, c’è chi sente la voglia di esprimersi suonando e disegnando: ecco la sesta puntata con le parole di Zop, che ci racconterà della sua voglia di fare qualcosa di diverso, di esprimersi con quello che ha sottomano e di sentire l’urgenza di farlo. E come? Disegnando e suonando.
Siamo a Milano, nel 1985 al liceo classico Carducci.

Un ricordo degli anni Ottanta

di Zop

Metal Hurlant raccoltaSono gli anni Ottanta. Ho tanta voglia di musica e fumetti. Ma per me “musica” significa solo un certo preciso tipo di musica, e “fumetto” significa solo un certo preciso tipo di fumetto.
Nell’aria si filosofeggia che siano le due facce di una stessa medaglia, attraversate dallo stesso spirito di ribellione e creatività, chissà poi perché. In edicola ci sono riviste a fumetti di nuova concezione legate anche alla musica, si chiamano Totem, Pilot, Metal Hurlant e traducono soprattutto autori francesi: Bilal, Caza, Jean Giraud più noto come Moebius… Non ci sono le graphic novel, c’è il fumetto d’autore. In Italia c’è Paz (Andrea Pazienza) o Milo Manara, che produce ancora storie impegnate come Lo scimmiotto o Le avventure di HP (che sta per Hugo Pratt).

Frequento il liceo classico Carducci di Milano, che è una scuola bene, ma mi sento un ribelle. Scarabocchio sulla Smemoranda, disegno tavole con le mie storie geniali che sogno un giorno di pubblicare. Mi chiamano tutti zop e vorrei essere Paz.

Strimpello la chitarra. Male. Malissimo. Ma non fa nulla. Sogno lo stesso di essere su un palco a suonare e cantare, ameno una volta nella vita.

Ogni tanto pubblico qualche vignetta sulla rivista della scuola, il ciclostilato Sepolti vivi. Ci sentiamo sepolti vivi al Carducci, e quel nome richiama, cinicamente, la tragedia di Alfredino Rampi. Dopo due o tre numeri il giornalino chiude. Rinasce qualche tempo dopo con più fortuna e spessore con un altro nome e formato: Neopolis.

Caricatura di Mangelli di ZopUn giorno, al collettivo studentesco si decide di organizzare un grande concerto nell’aula magna. C’è uno di terza che ha agganci con un gruppo punk del Virus, uno dei peggiori centri sociali della città. Peggiore vuole dire fico. Si candida anche un gruppo della scuola, gli Effetti collaterali. Però loro suonano davvero, sono bravi e sanno persino leggere gli spartiti. Poi c’è Marco Mangelli, che storpiamo spesso in Mangiolli. Lo conoscono tutti a scuola, al basso è un dio, praticamente un professionista, e suona con altri bravissimi. Mi ha insegnato lui a fare i primi accordi, e io gli ho fatto un ritratto-caricatura che hanno pubblicato sul giornalino.

Anche io sono conosciuto da tutti, sono uno di quelli che fa casino e non passo inosservato. Voglio suonare anche io in quel concerto.

Qualche giorno dopo ne parlo al mio amico Ghillo che frequenta un istituto grafico e mi propone di creare appositamente un gruppo. Dice che farebbe volentieri il batterista.

Ghillo non ha mai suonato la batteria in vita sua, ma corre a comprarsene una e la piazza in un angolo in un magazzino della ditta del padre. Di fronte a una batteria vera e a un concerto, si aggrega anche Luciano, che sa strimpellare e ha il sogno di fare l’attore. Salire sul palco è qualcosa che gli scorre nelle vene. Anche lui è uno che spicca al Carducci. Canta e suona la chitarra molto meglio di me. Come tutti del resto. Però io sono anche un autore: ho appena composto un pezzo di rock demenziale che si intitola “Mia nonna si fa le pere” ispirato allo stile degli Skiantos. Consiste in un testo scritto a mano su un foglio bianco con sopra annotati gli accordi, un giro di Mi. Glielo accenno. È fatta!

Locandina Jack Tripper di ZopPropongo di chiamarci i Jack Tripper. Suona bene, è il protagonista del mio telefilm preferito, uno che vive con due donne. Gli altri due ne sono entusiasti, nessuno può trovare un nome migliore e di migliore auspicio.

Torno a scuola e chiedo agli organizzatori di farci partecipare. Mi dicono che i giochi sono fatti e non si può più. Rispondo che facciamo solo tre pezzi, possiamo aprire e toglierci di torno dopo 10 minuti senza influire troppo sulla scaletta. Mi dicono che non ci hanno mai sentiti suonare e non diamo garanzie. Mentre le cose si mettono male e tira aria di rissa, passa di lì Mangiolli che sentenzia un “si può fare”. La sua parola è la migliore garanzia musicale possibile, in quella scuola. E così ci mettono nel cartellone e mi precipito a disegnare una locandina con cui tappezzo i muri del liceo.

Siamo solo in tre, come i Police. A dire il vero ci manca il basso, ma pazienza. Una batteria, due chitarre e nessuno che sappia suonare. Dopo i Sex Pistols, siamo noi la più grande truffa del rock.

Abbiamo solo 15 giorni per provare. Non possiedo nemmeno una chitarra elettrica, ma la rimedio da un amico in prestito. Ci si trova una notte nel magazzino del padre di Ghillo, dietro al parco Lambro. Il locale, enorme e vuoto, crea un effetto cassa di risonanza che sparge i nostri rumori per tutto il quartiere. La polizia arriva nel giro di un’ora, e la prima delle nostre prove viene interrotta. Ne facciamo un altro paio in seguito in uno scantinato che non ricordo, ma i risultati sono pessimi.

E’ il giorno del concerto e i Jack Tripper aprono le danze. In fondo all’aula magna vedo tra gli spettatori il preside, in piedi contro il muro accanto alla moglie incinta. Attacchiamo con “Mia nonna si fa le pere” e scappa via dopo meno di un minuto.

Io canto, intonato e con grinta. Però suono la chitarra da cani e vado fuori tempo sin dai primi accordi. Luciano mi fulmina con gli occhi. Capisco che lo devo guardare, così seguo almeno i movimenti della sua mano, che esegue gli stessi accordi, visto che non ho alcun orecchio. Anche Ghillo va un po’ per conto suo: picchia sulla batteria forte e a casaccio, solo con le mani, perché non è capace di tenere contemporaneamente il ritmo anche con i piedi e di aggiungere la grancassa.

Però abbiamo davanti almeno quaranta persone che ci incitano e gridano i nostri nomi come fossimo celebrità solo perché ognuno si è portato gli amici. E il loro entusiasmo trascina la folla. Nelle prime file tutti ballano e si sbellicano. Sento distintamente due che si dicono: “Fanno apposta. Lo stanno facendo apposta!
Non lo facciamo apposta. Gli Effetti collaterali ci guardano increduli. Mangiolli ride. Tutti ridono. I punk del Virus ci scrutano con sospetto e meditano sul da farsi. Ci tirerebbero volentieri addosso qualche lattina di birra e ci scaraventerebbero giù dal palco a forza, ma sono frenati dal fragore delle prime file che ci urlano: “Grandi!” Sul palco ci divertiamo come matti e ci esibiamo con la forza dell’ignoranza. Crediamo di fare musica, ma stiamo facendo cabaret. Il risultato è comunque un trionfo e scendiamo dal palco illesi e tra gli applausi. Poi salgono gli altri e inizia la musica vera.

Nessuno di noi ha più coltivato la carriera musicale.
Ghillo oggi fa l’imprenditore in Spagna.

Luciano è diventato un bravo attore.

Io ho abbandonato la via del fumetto, ma ogni tanto scrivo un libro.
Nel frattempo gli anni Ottanta sono morti, e noi siamo ancora quasi tutti vivi.

 

Riferimenti

Mike Watt Le tre opere: intervista al traduttore

Mike Watt writing poems stella * nera

Il libro Watt di Hector Valmassoi contiene i testi delle canzoni del musicista Mike Watt. Hector ha scelto di tradurre gli album che il musicista ha ribattezzato le Tre opere punkContemplating the engine room, The secondman’s middle stand e Hyphenated-man. Questi dischi sono significativi perché riguardano dei passaggi particolari nella vita del musicista di San Pedro. Gli album sono stati pubblicati fra il 1997 ed il 2010.

Oltre ai testi degli album, Hector ha inserito una raccolta di poesie di Mike Watt: impressioni di vita, punti di vista introspettivi o in ricordo di musicisti (John Coltrane, John Entwistle dei The Who). Un approfondimento per scoprire un’altra sfaccettatura della sensibilità del musicista di San Pedro.

Mike Watt è stato il bassista dei Minutemen, un gruppo musicale dell’underground americano degli anni’80. La band iniziò con il punk ma il loro stile si trasformò in una musica più creativa, mescolando punk rock con sonorità jazz e funk. I Minutemen interruppero l’attività musicale per la morte prematura di D. Boon, cofondatore del gruppo e amico fraterno di Mike. Il musicista ha continuato a suonare dando vita ai fIREHOSE e collaborando con gruppi indipendenti, come i Sonic Youth oltre a suonare dal 2003 il basso con Iggy Pop and the Stooges.
Sono state la presentazione del libro, la cura e la passione con cui Hector ha svolto il lavoro, che mi hanno fatto intuire un qualcosa in più oltre alla traduzione dei testi di Mike Watt.

Domanda: Hector, sono rimasto piuttosto sorpreso di vedere e leggere un libro italiano sui testi di Mike Watt.
Risposta: Sono sorpreso anch’io che finora nessuno ci abbia pensato. Probabilmente è qualcosa che non ha mercato. Mentre raccoglievo materiale che mi sarebbe servito per la realizzazione del libro, ho spesso osservato che l’editoria italiana, tranne qualche raro caso – “American hardcore” di Steven Blush tradotto e pubblicato da Shake e, più tardi, “American Indie”, traduzione di “Our band could be your life” di Michael Azerrad uscito per Arcana – ha stranamente trattato di punk o della cosiddetta musica indie saltando dai Sex Pistols direttamente ai Nirvana, dimenticando tutto ciò che è avvenuto in mezzo. Mi riferisco alla scena underground americana degli anni ottanta ed in particolare a tutto il fermento che ne è scaturito con i gruppi che, partendo da sonorità hardcore, hanno sviluppato linguaggi differenti ed originali, virando verso contaminazioni con altri generi musicali ed arricchendo così il proprio lavoro di nuove idee e nuove sonorità: Minutemen, Hüsker Dü, Saccharine Trust, Mission of Burma, Butthole Surfers, solo per citare alcune bands tra quelle che hanno contribuito alla mia “educazione”. Ecco, credo di aver voluto scrivere il libro che avrei voluto leggere.

D Boon Minutemen - punk is whatever we made it to besticker di Robert Locker

D: Mike Watt e i Minutemen sono stati un esperienza importante nel panorama della musica underground americana.
R: I Minutemen hanno aperto nuove strade: musicalmente hanno esplorato nuovi territori, sono stati rappresentativi dell’etica punk del do-it-yourself, hanno riempito le canzoni di riflessioni personali e di idee politiche, hanno funzionato anche da collante per la comunità punk della South Bay di Los Angeles e come esempio per molte bands sparse per gli Stati Uniti. Con la morte di D. Boon, avvenuta nel 1985 in un incidente stradale, molto è andato perso. Mike Watt continua a portare avanti i messaggi e le motivazioni che sono stati la spinta iniziale del suo motore: ancora oggi conclude i suoi concerti con l’invito “Start your own band”, mettete in piedi il vostro gruppo.

D: Perché hai scelto di tradurre gli album “Contemplating the engine room”, “The secondman’s middle stand”e “Hyphenated-man” e non i testi dei Minutemen?
R: Sono partito con l’idea, in verità abbastanza folle, di pubblicare le traduzioni di tutti i testi scritti da Mike Watt, comprendendo quindi le canzoni scritte, cronologicamente, per Reactionaries, Minutemen e fIREHOSE, per arrivare infine ai dischi solisti. Intorno ai vent’anni avevo già tradotto, ad uso strettamente personale, per comprendere meglio qualcosa che percepivo così vicino a quello che mi girava in testa, le canzoni di Minutemen e fIREHOSE, chiedendomi nel corso degli anni se valesse la pena riprenderli in mano e ricavarne un libro. Le traduzioni sono ancora tutte lì ed ogni tanto penso che sì, potrei tirarci fuori qualcosa di interessante. La scelta di focalizzare il libro sulle tre opere è stata di Watt, con cui ho condiviso tutto il percorso di realizzazione, dalla traduzione fino alla decisione di pubblicarlo fuori dai canali commerciali.

Mike Watt albums Contemplating The Engine Room - The Secondman's Middle Stand - Hyphenated-Man

→ Prosegui la lettura di Mike Watt Le tre opere: intervista al traduttore

Franti 2016 situazione non classificata

Franti, riprendendo quelle situazioni …

Talvolta parlando con amici e conoscenti ci si chiede … e i Franti? Chi per curiosità, chi per amicizia ma soprattutto per chi l’esperienza lasciata dal collettivo musicale torinese era ed è rimasta importante.

Pur non amando le classificazioni, i Franti si autodefinirono una hardcore folk band.

Lalli, Stefano Giaccone e gli altri componenti dei Franti hanno continuato da soli o a volte incrociandosi ma troppo forte è la memoria musicale dei Franti lasciata a molto di noi, sulla società, sul lavoro, sul rapportarsi con gli altri. Tutto nasceva dalla loro musica per raggiungere chi aveva o ha il desiderio di non essere assimilato a una persona non pensante. Una delle loro caratteristiche fu di attenersi alla completa autogestione: dischi, cassette audio e concerti con la loro supervisione.

La non etichetta stella*nera di Marco Pandin ristabilisce un contatto con l’opera dei Franti, ristampando i 3 CD di “Non Classificato” e l’album di Stefano Dellifranti “Non un uomo né un soldo …”, entrambi esauriti da tempo. L’edizione del 2015 contiene i tre album e un libro ricco ricco di materiali sui Franti. Entrambe le edizioni sono state curate personalmente da Marco Pandin con Ettore Valmassoi e l’approvazione dei membri del gruppo torinese.

Dopo aver avuto fra le mani queste ristampe, ho voluto parlarne con Marco.

Domanda: Da dove nascono registrazioni de “Non un uomo né un soldo …”?
Risposta: Si era nel gennaio e febbraio 1991, prima guerra del Golfo, alla fine dell’escalation di eventi che avevano portato all’operazione Desert Storm. Stefano Giaccone, Lalli e Toni Ciavarra avevano raccolto una manciata di canzoni per dire ancora una volta no alla guerra. Sono bastate poche ore, buona la prima. Ne era stata fatta una cassetta a nome Stefano Dellifranti (+ Lalli e Toni), titolo “Non un uomo né un soldo”, messa in circolazione in poche copie di fattura casalinga, invitando a copiare e diffondere. Un messaggio in bottiglia, come si fa da sempre, affidato al mare con la speranza che non arrivi sulla spiaggia sbagliata.

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5 Perché dovevi registrare un vinile negli anni ’80?

Giacomo Spazio è un artista underground a tutto tondo: musicista, grafico e pittore, nonché fondatore della fanzine Vinile e fondatore dell’etichetta discografica Vox Pop.
Le sue attività iniziarono negli anni’80 a Milano, è stato anche membro fondatore della band new wave 2+2=5.
Sentiamo da Giacomo perché si doveva registrare un vinile negli ann’80.

2+2=5 Giacomo Spazio Trevor Finn Rieko

Giacomo Spazio, inseguitore di sogni

Non ho mai pensato che fare un disco in vinile fosse importante.
Quando ho iniziato ad occuparmi seriamente di musica, producevo K7 (tape). Belle, bellissime. Facili da comperare e ancora più semplici da registrare, in casa con la doppia piastra. Vero DIY.
Regitrare un disco in vinile, arrivò, anni dopo. Quando Nino si convinse che potevamo insieme produrre qualcosa di interessante. Solo allora, finite le registrazioni di “…Into The Future…” con Rieko che ci diede man forte suonando le tastiere, pensammo che era il momento di stampare un vero e proprio LP. Ci aiutò in questo la Ma.So. e finalmente la nostra band, che in culo alle regole, avevamo battezzato con un operazione matematica (2+2=5), diventò reale. Tutti, al dire il vero non proprio tutti poiché stampammo 500 copie, si accorsero che esistevamo.
Persino la rivista inglese NME, parlò del nostro disco. Ma concerti praticamente nulla. Quelli arrivarono dopo, quando le strade artistiche di ognuno iniziarono a prendere direzioni differenti. Ma sono davvero felice di avere pubblicato dei dischi in gioventù, sia per l’amicizia che mi lega ancora ai miei compagni di avventura, sia perché (come tutti quelli che allora hanno lasciato un segno tangibile) abbiamo inciso in maniera indelebile la STORIA di questa nazione!

Da Mutazione a Musica per architetture abbandonate di Daniele Ciullini

Daniele Ciullini Musica per architetture abbandonateDaniele Ciullini durante gli anni ’80 gestiva fanzine e componeva musica elettronica e ora grazie alla nuova riscoperta della vecchia scena underground italiana degli anni ’80 è stato selezionato da Alessio Natalizia nella compilation Mutazione, edita per l’etichetta inglese Strut Records. Interessante riprendere gli esperimenti del passato ma ora Daniele sta vivendo una nuova creatività musicale proprio nella sua città, Firenze. Daniele ha sempre cercato delle suggestioni da luoghi isolati o abbandonati per trarne ispirazione.
Il progetto sonoro Musica per architetture abbandonate è ormai rilasciato già da qualche mese ma ci sono altre novità …

Domanda: Daniele, introduci la scena underground degli anni ‘8o a Firerenze.
Risposta: Gli anni ’80 hanno attraversato Firenze con tutto il loro potenziale di creatività un po’ come dovunque. E’ stata un’onda che ha toccato tutte le aree, anche se arti applicate, teatro e musica hanno fatto la parte del leone. Secondo le leggi che governano lo sviluppo della società in genere ad una moltiplicazione quantitativa di prodotti culturali ha corrisposto poi la nascita di una rete di spazi e occasioni nei quali portare in superficie le produzioni; sono così sbocciati discoteche, trasmissioni radio, club, negozi e fanzines nei quali quel variopinto mondo mutante e trasgressivo ha trovato sede. Un circuito che qualitativamente e quantitativamente ha oscurato quello più ufficiale, chiuso nel mantenimento della tradizione e incapace di aprirsi al cambiamento. Queste in sintesi le luci. Le ombre invece, a mio avviso, sono localizzate sul fiato corto che tanti nomi e situazioni hanno avuto. Quasi una fiamma che rapidamente si è spenta, così che soltanto ben pochi progetti sono stati capaci di reggere l’urto del tempo sviluppando quei geni di bellezza e novità mostrati in origine.

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No Love, No Peace dei Crass

Crass No Love No Peace copertina libro di Marco Pandin stella*neraOggi ho finalmente il piacere di parlare del libro CRASS dedicato al collettivo inglese anarcopunk, curato da Marco Pandin ed edito da Stella*Nera.
I CRASS riuscirono a creare uno stile di vita originale e controcorrente, il cui veicolo era la musica punk con un forte messaggio politico e sociale nella Gran Bretagna a cavallo della fine degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta. I CRASS riuscirono a dimostrare che si poteva produrre e promuovere dischi, organizzare concerti autonomamente al di fuori dei circuiti ufficiali, facendo conoscere temi come il pacifismo, l’uguaglianza, lo stile di vita vegetariano e il rispetto dell’ambiente. I CRASS fondarono anche un etichetta discografica autogestita che produsse altre band anarcopunk, in linea con gli stessi valori.

Marco Pandin di Stella*Nera ha finalmente pubblicato un nuovo libro dedicato alla storica band anarcopunk inglese dei CRASS. Marco infatti negli anni’80 stampò un libretto dedicato ai CRASS che però è andato esaurito da quasi subito. Dopo anni Marco Pandin ritorna sull’argomento CRASS (ne abbiamo parlato qui), arricchendolo di nuovi contenuti e con la testimonianza di un concerto dell’ultimo periodo di attività del gruppo anarcopunk.
Il volume ha due CD allegati, nel primo troviamo il concerto dei CRASS, tenuto al Marcus Garvey Center in Gran Bretagna, il due maggio del 1984.
Nel secondo CD nello stesso giorno ci sono degli altri gruppi amici dei CRASS che furono ospiti e suonarono nella stessa giornata: i D&V, i Flux Of Pink Indians e con una performance di Annie Anxiety.
Il libro è stato pensato come una sorta di biografia accompagnata dalle traduzioni dei volantini che i CRASS distribuivano ai concerti o agli eventi a cui partecipavano.
La parte successiva prosegue con le traduzioni dei testi delle canzoni suonate durante il concerto e con alcuni scritti aggiuntivi.
Inoltre c’è l’intervista che Marco Pandin fece la prima volta che andò ad incontrare il gruppo anarcopunk inglese alla Dial House ad Epping.

Dopo lo scioglimento dei CRASS, Marco Pandin è rimasto in contatto con i musicisti e ha pubblicato per Stella*Nera altro materiale riguardante i CRASS o l’album dei Judas II di Pete Wright, bassista della band anarcopunk.
Il libro CRASS è pubblicato con la piena approvazione dei musicisti.

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4 Perché dovevi registrare un vinile negli anni ’80?

Confusional Quartet Morrowyellow copertine vinile

Entrare in studio per registrare un disco in vinile o una cassetta su nastro magnetico, era un passo importante, certamente meglio il vinile fra i due supporti sonori.
Altre due voci dall’underground italiano nostro underground parlano della loro esperienza sicuramente vera e disincantata. Marco dei Confusional Quartet e Joyello dei Morrowyellow non si fermati agli anni ’80, sono andati oltre, fino ad oggi.

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