The Last Five Minutes: intervista ai musicisti

The Last Five Minutes CD Alberto Carozzi Matteo Uggeri Sparkle in Grey

L’album “The Last Five Minutes” è un piccolo capolavoro di musica sperimentale, in cui ci si addentra in sonorità che creano un ambiente sonoro interessante da esplorare. Arricchito da suoni tribali, provenienti da lontano… ma chi sono gli autori? Alberto Carozzi e Matteo Uggeri, entrambi membri del gruppo post-rock Sparkle in Grey. La curiosità di approfondire con i due musicisti era tanto e dettata dalla non possibilità di muovermi, durante il periodo del corona virus, il loro disco mi ha accompagnato musicalmente, in una sorta di percorso immaginario.

Domanda: innanzitutto come state?

Alberto: Ciao, di solito questa è La domanda di circostanza, ma i tempi cambiano. Sto bene, grazie, con dei vuoti improvvisi, quando senti mancare la terra sotto i piedi, o senti mancare delle persone, o non sei più sicuro di che giorno sia.
Matteo: sto bene pure io, molto meglio di quanto mi sarei aspettato dopo molte settimane chiuso in casa con mia moglie e le mie figlie. Tu come stai? Come mantieni alta la voglia di dedicarti alla musica?
Enri (chi fa le domande): Direi bene, non sono mai stato così tanto in casa e in telelavoro, tutto sommato non ho sofferto più di tanto, ho la mia compagna, i figli e un tetto sopra la testa. Per la musica? La curiosità di ascoltare molti dischi che da ragazzino non potevo comprare, poi siete arrivati voi con The Last Five Minutes e mi venuta voglia di conoscere meglio cosa ci sta dietro.

D: Siete entrambi membri del gruppo Sparkle in Grey, come è stata questa esperienza “fuori dal gruppo“?

Alberto: Ognuno di noi fa altre cose “fuori dal gruppo”. Ma in effetti forse è la prima volta che faccio una cosa fuori dal gruppo con uno del gruppo. Non abbiamo lavorato come facciamo di solito con gli Sparkle in Grey, cioè con prove insieme, abbiamo lavorato a distanza, con proposte e controproposte, e soluzioni. Alla fine però c’è sempre una cosa che ricorre, un’idea che mette in moto, crea sintonia, e prende forma, e magari anche senso.
Suonare con Matteo è bellissimo, mi illudo di conoscere un po’ la sua sensibilità, e poi quello che mi restituisce non ha niente a che vedere con quello che immaginavo, e subito (a volte non subito) penso, certo, è questo.
Matteo: Sì, è diciamo un primo progetto vero e proprio con solo due pezzi degli Sparkle in Grey, però io in una forma o in un’altra sfrutto le abilità strumentali e le risorse dei miei compari in molti dei dischi che faccio, a volte pure a loro insaputa! Però questo come dice Alberto è un caso del tutto speciale, anche perché è nato in toto più da lui che da me, io mi sono aggregato dopo…

D: Quindi, mi raccontate come è nato “The Last Five Minutes“?

Alberto: Ci sono stati diversi passaggi, a partire dall’incontro con Marco Pandin, che aveva prodotto un disco a cui avevo partecipato (Piccola Orchestra degli improvvisatori di Valdapozzo, curato da Nicola Guazzaloca e Luca Serrapiglio, a fare tutti ‘sti nomi mi si smuovono ricordi di una bellezza che non so descrivere), e che ho conosciuto in occasione della presentazione del disco, un evento musicale tutto dedito all’improvvisazione. Marco aveva apprezzato molto delle cose che avevo fatto alla fine di quella performance e mi ha chiesto di registrare qualcosa del genere, ma per tutt’altro scopo. Io qualche mese dopo ho fatto quelle registrazioni pensando al suo input, e poi (salto temporale) ho coinvolto Matteo, e così (altro salto temporale) è nato il disco.

D: Ho immaginato che l’album fosse una sorta di sentiero da percorrere di notte.

Alberto: Bello. Dai dimmi qualcosa di questo sentiero. Hai fatto incontri interessanti?
Enri: Sentiero notturno al chiaro delle stelle, lucciole, mica facile vederle oggi. Cerco di stare attento, perché ogni tanto inciampo. 🙂
Matteo: Curioso! In effetti cogli un punto interessante, ossia che è in pratica un unico brano/percorso di una quarantina di minuti… dove porti non sappiamo, diccelo tu!
Enri: Geograficamente un luogo fra collina e verso il mare, che però non si sente, ci si arriva, quasi.

D: Quali sono stati gli strumenti musicali che avete suonato?

Alberto: io ho usato esclusivamente la chitarra, ma con l’autoimposizione di suonarla il meno possibile, il suono già di suo vibrazione, creava altra vibrazione ed altro suono, che assecondavo e guidavo agendo su frequenze, intensità, timbro, cioè i parametri base. Nessun effetto speciale. Nemmeno in postproduzione.
Matteo: io di mio ho usato solo il mio solito computer, con il software Ableton Live, cacciando dei sample di ritmi africani presi da diversi CD che ho a casa, lavorando un pochino anche sui suoni della chitarra di Alberto, senza davvero modificarli ma smontando qui e là e generando suoni di altra natura dai suoi. Nulla di particolarmente originale, lo ammetto, ma anche io volevo tenermi basso e minimale.

D: Marghian, uno dei blogger che conosco, si chiedeva se vi fossero strumenti musicali orientali. Lui mi ha scritto nei commenti che il vostro album : “… Produce nell’ascoltatore un certo senso di ‘vibrazione viscerale‘ “.

Alberto: sulla strumentazione orientale lascio rispondere Matteo, mentre vorrei sapere qualcosa di più di questa vibrazione viscerale.
Matteo: Sì, è vero, oltre a quanto descritto sopra, un certo giorno, dopo un ascolto di una versione intermedia del lavoro, ho pensato che delle frequenze alti, dei suoni più casuali, imprevedibili, sarebbero stati molto utili ad arricchirlo, così tornato dall’ufficio ho tirato fuori campane tibetane, ovetti, sonagli e una cavigliera indiana “ghungroo” regalatami da Al anni fa, e li ho messi in mano alle mie figlie di (allora) 2 e 5 anni. E ho registrato il tutto, per poi mixarlo sul resto.

D: Pensate di poterlo presentare in concerto? Ops… sicuramente non nel breve periodo, vero?

Alberto: Ci stavo lavorando, non per rifare il disco che non ha senso, ma per riproporre quell’idea. Nelle prove che ho fatto mi son trovato a volte in una massa di rumore, altre volte nel silenzio. Spesso non riesco a controllare più nulla, e per come sono fatto io è un bel mettersi alla prova.
Avevo già fissato anche qualche appuntamento, e ho una gran voglia di portarlo in giro.
Matteo: in realtà lo stiamo per fare, con il ripiego virtuale che ‘va di moda ora’, poiché ci è stato chiesto di fare un live registrato a distanza per il festival Ferrara Sotto le Stelle. Siamo a buon punto, ne è uscita una cosa diversa dall’album e ovviamente complicatissima da realizzare, ma se va in porto ne vedrete delle belle (online).

D: Mi dite qualcosa della copertina? La trovo enigmatica.

Alberto: E’ una struttura per cartelli pubblicitari, senza i cartelli pubblicitari. La prima volta che l’ho vista mi ha colpito, ho pensato: “Copertina del disco!“, senza che esistesse alcun disco. Poi l’ho rivista un sacco di altre volte, ma quando poi il disco c’era, mi piaceva mantenere la parola. E a pensarci, l’assenza è un ingrediente dell’album…
Matteo: Sì, mentre il retro è una foto che ho fatto io in un viaggio di lavoro in un paese dell’Est, che non ricordo più, mi pare fosse Bulgaria, ma non garantisco. E’ misteriosa anche per noi!

D: Progetti per il futuro?

Alberto: Non ho capito la domanda.
Matteo: Ahaha! Personalmente ho un sacco di progetti per il presente.

Per ricevere “The Last Five Minutes” potete rivolgervi a:

Per ricevere “The Last Five Minutes” potete rivolgervi a:

Il progetto sonoro F/ear this! intervista a Marco Pandin

F/ear this! A Collection Of Unheard Music, Unseen Images and Unwritten Words Inspired By Fear - yellow cover - copertina gialla

Ve li ricordate gli anni’80? Verso il 1986 e il 1987? In quel periodo c’era ancora lo scontro fra le due super potenze: gli U.S.A. e l’U.R.S.S. con lo spettro che accompagnava la corsa agli armamenti atomici. In Italia esisteva un modello di società meno libera: guidavano la democrazia cristiana e il partito socialista, gli anni di piombo erano appena trascorsi. Poco dopo accadde l’incidente nucleare a Chernobyl: “… un guasto terribile ad una centrale nucleare che distava da noi neanche un paio di giorni di viaggio: sembrava che i nostri incubi prendessero una qualche forma fisica…“. Un gruppo di giovani, fra Padova e Venezia, ebbe l’idea di mettere insieme, con il supporto e la collaborazione di amici musicisti, grafici e poeti sparsi un po’ ovunque, dei contributi collegati o collegabili ad un tema comune: la “paura”. Paura era un sentimento comune: “… facciamo qualcosa allora, cerchiamo di protestare, di alzare il volume. Cerchiamo di diffondere, di mobilitare, di passare la parola e condividere il senso di allarme. Eravamo un’accozzaglia di fanzinari e musicisti, ci siamo detti facciamo un disco …”. Marco Pandin, uno degli ideatori, ricorda così la scintilla che accese il doppio album del 1987 ” F/ear this! A Collection Of Unheard Music, Unseen Images and Unwritten Words Inspired By Fear “.

Quest’anno, finalmente, esce una riedizione in doppio CD e con libro, arricchita di brani e contenuti grafici in più. Musicalmente un doppio album molto interessante nella sua eterogeneità di stili musicali, drammaticamente attuale. I musicisti interpretano un sentimento così umano, raccontandolo in vari modi, tutti molto significativi e personali. Per me è stata una buona occasione per farmi raccontare da Marco la genesi di “F/ear this!” e le situazioni che lo crearono.

Domanda: Marco, per prima cosa, come stai ?

Risposta: Benone, per quanto possibile. Per fortuna mi piace leggere ed ascoltare musica, così le giornate in casa passano abbastanza velocemente. Ho dato una sistemata alla libreria e in mezzo al casino ho trovato dischi che neanche ricordavo di avere. Certo mi manca poter girare, ho promesso a un sacco di amici e compagni da Aosta a Bergamo a Perugia a Catania che andrò a trovarli appena finirà la peste.

D: Sei stato l’ideatore fra il 1986 e il 1987 del progetto grafico sonoro “F/Ear this!“, sbaglio o non nasce per caso?

R: La cosa da precisare subito è che non ero da solo: “F/Ear this!” è stato un lavoro collettivo, io ho soltanto messo insieme i pezzi.

D: Marco, il tuo recente passato era fatto di esperienze editoriali e discografiche indipendenti, “F/Ear this!” è un naturale proseguimento. Chi ti ha aiutato?

R: Tramite la fanzine Rockgarage col tempo avevamo messo in piedi un po’ di giro e preso contatti con altri ragazzi e gruppi attivi in città anche lontane da Venezia – ad esempio i Franti a Torino, i Diaframma a Firenze, gli Spleen Fix a Salerno. Siamo stati invitati dall’Arci ai primi Meeting delle etichette discografiche indipendenti a Firenze, dove s’è potuta incontrare parecchia gente anche di paesi stranieri, lo stand di Rockgarage era aperto e condiviso e attorno c’era sempre folla e casino. L’idea di fondo era sostenersi a vicenda, e questi intenti sono stati grossomodo mantenuti anche dopo la chiusura della fanzine. In questo caso specifico abbiamo provato a immaginare un progetto costruito attorno alla comune paura che si viveva dopo l’incidente di Chernobyl, paura che si veniva ad aggiungere all’inquinamento, all’AIDS, all’oppressione politica, agli euromissili. Ognuno ha contribuito come ha potuto e saputo fare. Abbiamo costituito un gruppo informale di individui e collettivi, fanzinari e musicisti, tutti pecore nere e tutti differenti come potevamo esserlo io e Giacomo Spazio, Franti e Detonazione, i Plasticost e la Trax. Al tempo era pratica diffusa raccogliere dei fondi tramite la musica, così abbiamo pensato di destinare il ricavato di “F/Ear this!” ad A/Rivista Anarchica perché da sempre in redazione avevano dimostrato nei nostri confronti – intendo noialtri fanzinari e varie bestie disperse – una certa simpatia ed apertura mentale senza trattarci come un fenomeno da baraccone.

D: Invece sono curioso di come siete riusciti a contattare tutti gli artisti, fra l’altro non solo italiani, visto che non c’era la posta elettronica o la rete Internet. Li conoscevi tutti?

R: Prima di internet c’era la posta tradizionale, c’erano il telefono e i fax, ci si incontrava di persona per strada, alle manifestazioni, ai raduni, ai concerti. Abbiamo fatto così – per passaparola. Non è stata affatto una cosa organizzata e pianificata, eppure direi che ha funzionato.

D: “F/Ear this!” non è solo una raccolta di canzoni e musiche ma vi sono opere grafiche e poesie, perché?

R: La musica dopo il Sessantotto è stata un collante sociale formidabile, noi siamo venuti dopo ma direi che è stato quello il nostro rumore di fondo – la controcultura hippy, il pacifismo, i poeti beat, le manifestazioni di protesta, Rock in Opposition, le canzoni di lotta. Nel mettere in piedi e soprattutto nel mantenere in piedi Rockgarage abbiamo avuto la fortuna di una mentalità aperta, nel senso che davvero non ce ne fregava assolutamente niente se uno suonava punk oppure dark oppure blues. A noi bastava suonare, bastava tirare fuori le parole e le canzoni da dentro senza doverci preoccupare della forma. Abbiamo organizzato dischi e concerti collettivi dove coesistevano sul vinile e sul palco generi espressivi distanti, Death in Venice e Funkwagen, Pitura Freska e Degada Saf per dire, e non è mai stato un problema per nessuno. Da ogni serata uscivamo tutti felici ed arricchiti, si montava il palco e si puliva la sala insieme, alla fine avanzava sempre abbastanza per una pizza e una birra insieme. Altrove non funzionava così, per dire al Virus di Milano suonavano solo gruppi punk perché in quell’aggregarsi milanese c’erano delle motivazioni differenti dalle nostre. Non avevamo un’identità da difendere, piuttosto ci si era accorti che dovevamo stare insieme per difenderci – in provincia la vita funzionava diversamente che nelle città grosse. Per tutto questo dentro a “F/Ear this!” c’è stato posto per chiunque avesse disegni da mostrare, parole da far leggere e canzoni o rumore da far ascoltare. Pensa che non abbiamo neanche scritto la lista dei partecipanti fuori in copertina.

F/ear this! A Collection Of Unheard Music, Unseen Images and Unwritten Words Inspired By Fear

D: Il gioco di parole contenuto nel titolo è tutt’ora d’impatto, come venne fuori?

R: Il titolo è frutto del genio di Vittore Baroni, che si è occupato anche della raccolta dei contributi grafici. Senti questo, e abbi paura di questo: facevamo sul serio senz’altro, ma ci piaceva divertirci.

D: Musicalmente vi sono gruppi di generi e stili differenti, eppure ascoltando “F/Ear this!” ho avuto l’impressione che tutto sia collegato.

R: C’è un sottofondo, sì. Non un filo rosso fisico e distinguibile, piuttosto un qualche cosa di rarefatto, come un’affinità di percezione che serpeggia fra le tracce. E’ stata la mia esperienza di fanzinaro, e ancora sono dell’idea che le varie etichette appiccicate sopra ai generi espressivi musicali siano un espediente per creare divisioni insormontabili fra ragazzi che invece naturalmente tenderebbero a cooperare.

D: Quale fu la tiratura dell’opera?

R: Abbiamo stampato 1200 copie su vinile e 500 cassette. Ad ogni doppio album era allegato un libretto, per le cassette ci si è arrangiati con fotocopie fatte di sfroso al lavoro perché non c’erano abbastanza soldi per pagare altri libretti alla tipografia.

D: Posso dire che la “paura” sembra non passare mai di moda…

R: Ogni tanto rifletto e mi viene da dire che abbiamo ristampato “F/Ear this!” nel momento più sbagliato. Però poi mi passa, e penso che sembra l’abbiamo fatto apposta.

D: Oggi, nel 2020 decidi di ristampare in un nuovo formato “F/Ear this!”. Noto che in questa edizione ci sono delle canzoni che non c’erano nel 1987.

R: Come dicevo prima allora si è lavorato di passaparola e i contatti con i partecipanti sono stati creati e mantenuti via posta tradizionale, adottando cioè una velocità di comunicazione che adesso viene considerata come inadeguata. Non ci si aspettava certo una risposta così voluminosa e complessa: all’inizio ci eravamo orientati su un album singolo, ma arrivavano sempre più contributi e si è arrivati ad un album doppio. Il problema è stato che a un certo punto avevamo quasi messo insieme le quattro facciate ma continuava ad arrivare roba. Parecchi nastri sono arrivati quando “F/Ear this!” era già stato pubblicato.

D: I dischi ora non sono facili da trovare, fra l’altro nei mercatini e in rete non costano poco.

R: A me sinceramente queste speculazioni non piacciono, così come non riesco proprio a comprendere come si possano spendere cifre assurde per un disco quando c’è tanta gente che fa fatica ad arrivare a fine mese. Sono un appassionato di musica, ogni tanto mi piace gironzolare per i negozi di vinile usato ma non arrivo a capire come si possa essere disposti a pagare che so quaranta-cinquanta euro per un vecchio disco… O cifre addirittura maggiori. Possedere, possedere, possedere: penso che si metta in moto dentro in testa un qualche meccanismo perverso, più che collezionisti mi sembrano degli accumulatori seriali, gente per cui la passione per la musica a un certo punto è diventata una nevrosi. Sono dell’idea che la musica vada distribuita e condivisa, non congelata in uno scaffale.

D: Oggi come avete pensato alla distribuzione? Anche nei canali della “musica liquida“?

R: Come ho già avuto modo di dire, stella*nera non è un’etichetta discografica. Le cose che facciamo non sono poste in vendita, quindi non avendo niente da vendere non abbiamo bisogno di affidarci ad un distributore commerciale. Inoltre, le nostre cose le offriamo in cambio di un’offerta libera e responsabile e ogni volta puntualizzo che offerta-libera-e-responsabile è diverso da un’elemosina. Anche grazie a spazi come questo riceviamo regolarmente parecchie richieste per lettera, e-mail, telefono e mandiamo pacchetti. Ogni tanto partecipiamo a qualche bookfair anarchico, oppure ci invitano a presentare i nostri lavori così la gente ha la possibilità di incontrarci. Delle copie delle cose che facciamo girano comunque anche in alcuni negozi di dischi e librerie, sono posti gestiti da persone amiche che nel tempo ci hanno sostenuto.

Copertina 2020 F/ear this! A Collection Of Unheard Music, Unseen Images and Unwritten Words Inspired By Fear

D: Mi piacerebbe conoscere qualche aneddoto sul materiale o sui contatti.

R: Grande parte del lavoro di digitalizzazione delle registrazioni è stata fatta da Marco Giaccaria, che ha uno studio casalingo ben attrezzato. Ero con lui quando abbiamo letto e registrato il master analogico originale, ad un primo esame le bobine si erano conservate abbastanza bene nonostante gli anni passati in cantina ed i ripetuti traslochi. Altre però erano purtroppo deteriorate e inutilizzabili, anzi alcune delle registrazioni che siamo riusciti a salvare sono la documentazione in tempo reale dell’ultimo scorrere del nastro sulla testina prima di sbriciolarsi. Le difficoltà di lettura hanno caratterizzato parecchio il contributo senza nome di Massimo Giacon e Mimì Colucci, e secondo me hanno aggiunto una certa drammaticità al pezzo dei 2+2=5, che non abbiamo poi tentato di ricostruire da vinile e abbiamo lasciato così. Purtroppo un bel po’ di roba, a volte neanche identificabile perché mancavano le indicazioni sulle scatole, è andata irrimediabilmente persa. L’idea di ristampare “F/Ear this!” è partita dal ritrovamento fortuito in garage di una cartellina finita dietro a uno scaffale, dentro c’erano le tavole originali di Vittore Baroni e il progetto di Franco Raffin di Rockgarage per la copertina – allora era stata scartata perché la vedevamo “un po’ troppo Joy Division”, si può essere più stupidi di così.

Collage di Annie Anxiety Crass F/ear this!

D: Per quanto riguarda la parte grafica mi piacciono molto i collage della poetessa Annie Anxiety del collettivo anarcopunk inglese dei Crass.

R: Avevo conosciuto Annie assolutamente per caso, pensa che neanche sapevo fosse lei. Ero stato con Gino Collelli degli Wops a Dial House per mostrare ai Crass le cose che facevamo e soprattutto per discutere del libro di traduzioni dei loro testi che poi ho pubblicato. Dopo una giornata passata a parlare principalmente con Phil, Penny e Gee, Gino ed io stavamo ritornando a piedi alla fermata della metropolitana quando a un certo punto accosta una macchina che ci offre un passaggio. Ho riconosciuto lei e il suo compagno (che era Pete Wright, bassista dei Crass) l’anno successivo durante un concerto a Nottingham. Ad Annie sarebbe piaciuto partecipare al convegno anarchico di Venezia, così ho organizzato una serie di date in giro per l’Italia press’a poco nello stesso periodo del convegno. In quei giorni abbiamo approfondito la nostra amicizia, così prima di ritornare a casa Annie mi ha regalato parecchi disegni suoi, collage, acquerelli, poesie scritte a mano e altre a macchina – al tempo avevo tradotto e raccolto un po’ di cose sue in un libretto che ho allegato ad una cassetta. Vittore ne ha utilizzato una parte per illustrare “F/Ear this!”.

D: La nuova edizione 2020 è sempre il frutto di un lavoro collettivo, vero?

Da qualche tempo stella*nera non è più un fatto personale, mi danno una mano alcuni compagni, gente che mi è sempre stata vicina in questi anni. Tra questi Dethector, Marco il pirata genovese, Miguel il montanaro, Franz nella zona rossa bergamasca. Abbiamo età e storie diverse, per questa ragione le nostre discussioni attorno ai progetti tendono ad incendiarsi. E’ bellissimo. Mi piace lavorare da solo, e l’ho fatto per tanto tempo, ma così in compagnia c’è senz’altro più gusto. Di recente abbiamo collaborato con Stefano Gentile di Silentes: questo per me è stato un avvicinarsi fortunato e felice, ci conosciamo dai tempi di Rockgarage – lui e suo fratello erano degli Hyxteria, uno dei primissimi gruppi punk veneti, e mandavano avanti la fanzine Nashville Skyline.

Per ricevere “F/ear this! A Collection Of Unheard Music, Unseen Images and Unwritten Words Inspired By Fear” potete rivolgervi a:

stella*nera oppure a Dethector oppure a Silentes

2+2=5 – Guang Zhou
Two Tone – Sometimes Timid / My Womb
Jane Dolman e Pete Wright – Fishes In Water
Giorgio Cantoni – Un anno nelle favelas

Per ricevere “F/ear this! A Collection Of Unheard Music, Unseen Images and Unwritten Words Inspired By Fear” potete rivolgervi a:

The Last Five Minutes: musica electro ambient

The Last Five Minutes CD Alberto Carozzi Matteo Uggeri Sparkle in Grey

E’ curioso e misterioso come è nato l’album “The Last Five Minutes“. Tutto è partito da una sorta di complimento fatto da un ascoltatore alla fine di un concerto ad uno dei musicisti in merito alla sua chiusa chitarristica: 5 minuti talmente intensi e suggestivi che non si volevano perdere e lasciare solo alla memoria degli spettatori presenti al concerto. Dal complimento al coinvolgimento di un terzo musicista il passo è stato breve: serviva arricchire con battiti ed effetti sonori la trama sonora della chitarra. Il disco di cui sto scrivendo è intitolato “The Last Five Minutes” e i fautori sono Marco Pandin (stella*nera), Alberto Carozzi e Matteo Uggeri, quest’ultimi i due musicisti del progetto e degli Sparkle in Grey. Marco rimase colpito dal flusso sonoro creato dalla chitarra di Alberto, suonato nel finale di un concerto. L’idea era di non perdere quel finale particolare: “una lunga dissolvenza della chitarra, quasi a non suonarla ma mantenendo viva quella melodia in una spirale infinita, una sorta di feedback che non finisce“. Alberto, mantendo lo spirito della serata originaria, riprende quella registrazione e con qualche minimale intervento decide di coinvolgere Matteo Uggeri, suo compagno nella parte elettronica degli Sparkle in Grey. Matteo arricchisce e spezzetta “5 minuti” di effetti sonori, di percussioni etniche, creando un album di musica ambientale di ben cinque brani, ognuno allungato di oltre quei famosi cinque minuti.

I “battiti” percussivi sono di origine esotica, tribale e talvolta suonati modernamente dalle piccole figlie di Matteo, mentre ascoltavano i brani “quasi finiti” dal padre. Il risultato è affascinante, straniante, a volte rilassante e sicuramente interessante. Ci si addentra in cinque percorsi immaginari, all’inizio magari timorosi e come non lo è un inizio di viaggio? Proseguendo il sentiero musicale, appaiono le meraviglie della notte, come lucciole o forse scintille nel buio.

Per ricevere “The Last Five Minutes” potete rivolgervi a:

Balthazar a Bologna 07/02/2020

Un concerto memorabile dei belgi Balthazar al Locomotiv a Bologna. Il gruppo del nordeuropeo fa parte delle scena musicale indipendente: arrangiamenti raffinati, atmosfere notturne e un certo gusto bohemien.

La mia non classifica musicale del 2019

Colpevole ritardo… Ogni anno ascolto tanta musica, cercando di seguire le novità musicali, sia di artisti a me già noti o nuovi. Il 2019 invece mi ha riportato per lo più a scoprire/riscoprire dischi degli anni passati, spulciando fra mercatini e venditori in internet, cercandoli in vinile. Di fatto le uscite discografiche del 2019 che ho ascoltato sono state poche. Le vere novità invece sono state le scelte musicali dei figli: ascoltano i grandi rockers della “mia vecchia musica“. In casa la musica si ascolta utilizzando il lettore CD, il “lettore dei vinili” e il “telefonino” collegato all’impianto stereo. Insomma é stato tutto un “metti su questo, ascolta questo, ho sentito che, ma ce l’hai?!?“. Comunque ecco la mia non classifica musicale del 2019.

Vinicio Capossela – Ballate per uomini e bestie
Deerhunter – Why Hasn’t Everything Already Disappeared?
Fontaines D.C. – Dogrel
Kazu Makino – Adult baby

La cantante di origine giapponese canta e suona un album principalmente di musica elettronica, carino da ascoltare, richiede una certa attenzione per entrare nella musica.

Massimo Volume – Il nuotatore
Nick Cave and the Bad Seeds – Ghosteen

Un doppio disco in cui la musica si espande nell’ambiente, portando la tristezza e la malinconia di una perdita.

Iggy Pop – Free

E’ stato sorprendente sentire la duttilità di questo musicista/interprete che ha collaborato con un jazzista, per ottenere un album notturno ed eterogeneo nel complesso. Un album figo.

Sleaford Mods – Eton alive
Test Dept. – Disturbance

Uno dei gruppi storici inglesi della musica “industriale” ha prodotto una sorta di “danza” sul bordo del precipizio della Brexit. Avranno ragione loro?!?

Vampire Weekend – Father of the bride

Divertente, ballabile e molto piacevole da ascoltare, che altro chiedere a un disco ben realizzato, con cura ed intelligenza?

Thom Yorke – Anima

Bello da ascoltare, crea un sottofondo elettronico particolare, lasciandosi riconscere vocalmente..

La mia non classifica musicale annuale degli anni scorsi è qui.

Riscoprendo Paul Simon con The Rhythm Of The Saints

Ho sempre fatto fatica ad ascoltare la musica sudamericana, sarà per i ritmi e una certa vocalità che mi sono un pochetto lontane. Probabilmente è colpa della musica “occidentale“.
Però devo dire che la commistione che Paul Simon fece con l’album The Rhythm Of The Saints del 1990 è davvero suggestiva. Le canzoni sono suonate per la maggior parte con musicisti brasiliani.
Le canzoni hanno molte sfumature e colori, tipiche della musica sudamericana. Gli arrangiamenti mettono assieme strumenti a fiato, percussioni e strumenti rock.
Bello ed affascinante.

[su_youtube url=”https://youtu.be/UU39FlPHNIM”]

[su_youtube url=”https://youtu.be/9HKNAhAxMAk”]

Low Padova 05/04/2019

Dopo un’attesa che sembra infinita, si diffonde nei frattali della sala dell’ Hall di Padova (attrezzata per l’occasione di sedie blu) la musica oscura e avvolgente dei Low, accompagnata dalle loro ombre sullo sfondo, lunghe e mobili.
Alle spalle dei musicisti statunitensi (del Minnesota), durante il concerto, tre schermi verticali accompagneranno i suoni, con immagini sfuocate, colorate, sgranate o ingrandite, come se fossero telefoni cellulare che mantengono un contatto visivo con un pubblico entusiasta, tenendolo ancorato alla realtà.
Esili e sfuggenti, melodici e dissonanti allo stesso tempo, i Low procedono nel concerto come un gigante dai passi lenti e pesanti, coinvolgendo inesorabilmente gli spettatori, anche ferendoli con raffiche di musica e luci che improvvisamente li illuminano.
Così, la rappresentazione artistica e sonora che il gruppo propone, racconta, anche politicamente, i nostri tempi oscuri e incerti.
Restano bellissimi e evocativi gli intrecci delle armonie vocali tra la batterista e cantante del gruppo, Mimì Parker, e il chitarrista, front man e voce (oltre che marito) Alan Sparhawk. Il trio si completa con il bassista Steve Garrington, che sigla l’incalzare ritmico della band.
Un’ora e mezza di musica indimenticabile, che spazia fino all’ultimo album, “Double negative“, con “Always trying to work it out” e “Fly” che lasciano senza fiato.

Marco + Enrico

Riferimenti

Il sito ufficiale dei Low

Jerusalem In My Heart Verona 23/11/2018

Sono un colpo di pistola Jerusalem in My Heart, e colpiscono al cuore!
I loro proiettili sono il musicista libanese Radwan Ghazi Moumneh e il film maker canadese Charles-André Coderre.
Il libanese accompagna la voce con il buzuk e l’ ausilio di una loop station, campionamenti e registrazioni effettuate sul campo, mixando musica araba in un setting elettronico occidentale.
Il canadese proietta in sequenza pellicole da 60mm, da 4 proiettori posti di fronte al palco, colorando di esplosioni e immagini iconiche mediorientali più o meno a fuoco, i suoni (stratificati e ricomposti a loro volta) che invadono lo spazio.

Così, al Kroen di Verona, hanno presentato il loro ultimo lavoro Daqa’iq Tudaiq, e sembrava di essere ne l’Egitto prima delle sabbie del primo Battiato.

Gli artisti scrivono che il live è un site-specific performance happening, che unisce elementi multimediali e teatrali in un’unico spettacolo.
L’esito è un concerto che lascia incollati, infastiditi, affascinati, smarriti, incuriositi di vedere cosa ancora sta per accadere, con la possibilità di dare allo spettatore una possibilità diversa di ascolto e di visione.
L’accusa di antisemitismo non rende merito dell’ immagine fuori fuoco del retro copertina di “If he dies, if if if if if if”, in uno scatto realizzato nel luglio del 2014: quattro bambini corrono sulla spiaggia poco prima di un nuovo attacco israeliano nella striscia di Gaza, che li lascerà immobili sulla sabbia.

Marco + Enrico

Il sistema di proiettori a pellicola utilizzati durante il concerto.

Riferimenti

Il sito ufficiale dei Jerusalem in My Heart

Sparkle in Grey e Milano: intervista

A Milano c’è un gruppo musicale particolarmente originale: gli Sparkle in Grey. Gli ho scoperti da poco tempo e mi hanno particolarmente colpito con il loro ultimo album “Milano“.
Ascoltando i brani dell’ultimo album “Milano”mi è sembrato di percepire delle scintille nel buio, proprio come il loro nome. Un aspetto interessante degli Sparkle in Grey è la commistione di generi musicali: rock, musica elettronica, pensati in chiave strumentale. Il gruppo milanese non canta ma suona, talvolta ospita dei cantanti o inserisce dei campioni vocali. La musica è quindi strumentale e i titoli delle canzoni aiutano ad evocare delle atmosfere e quindi “Milano” è una sorta d’omaggio ad una città complessa .Le canzoni tendono ad indicare dei sentieri sonori, che mi hanno guidato nei meandri della metropoli lombarda. Una sensazione di perdita di orientamento mi ha accolto, ma per fortuna le interpretazioni degli Sparkle in Grey non mi hanno abbandonato fra la folla cosmopolita e fra i miasmi dei tubi di scappamento dei mezzi di trasporto. Gli Sparkle in Grey sono quattro musicisti di provenienza musicale diversa fra loro ed ero talmente incuriosito di approfondire la genesi di “Milano”, che ho provato a contattarli tramite il loro sito. Ha risposto Matteo Uggeri, che si è reso disponibile a parlare del disco e del gruppo.

Sparkle in Grey in studio

Domanda: Matteo, grazie per questa chiaccherata per prima cosa. Raccontami chi sono gli Sparkle in Grey.
Risposta: Innanzitutto grazie a te! Be’, gli Sparkle in Grey sono i ‘paladini del non genere’, o così ci ha definiti un giornalista del Mucchio anni fa, cosa che ci è molto piaciuta. All’anagrafe siamo Alberto Carozzi, Cristiano Lupo, Franz Krostopovic e me, più ormai, quasi stabilmente, Simone Riva, che dall’essere colui che ci affittava la sala prove (il “Silos” di Pagnano, nei pressi di Merate), è diventato batterista jolly e in un prossimo disco sarà presente in quasi tutti i brani. Negli anni sono stati Sparkle in Grey anche tanti altri ospiti che hanno reso la nostra musica più speciale, tra cui Osvaldo Arioldi Schwartz, Zacharia Diatta, Reem Soliman, Alessandro Pipino e tanti altri… Tutti in un certo senso indispensabili alla causa!

D: La vostra è un unione musicale lunga, che è culminata com l’ultimo album “Milano“. La vostra città?
R: In realtà non è proprio ‘la nostra città’: due di noi (io e Cris) ci vivono, ma gli altri (Franz e Alberto, nonché Simone) stanno in Brianza. Ma siamo tutti ‘city users’, come si dice adesso. Milano è una città difficile, il luogo comune dice che dà molto ma chiede molto. Siamo arrivati a trattarne perché il nostro sguardo musicale vaga di continuo tra il dentro ed il fuori: siamo partiti da tre dischi diciamo intimi, “The Echoes of Thiiings” (2005), “Nefelodhis” (con M.B., 2007) ed “A Quiet Place” nel 2008. Ai tempi anche la situazione politica e sociale consentiva di spendere tempo ed energie per guardarsi dentro e scoprire cose dolci o inquietanti. Col passare degli anni ci è parso che dovessimo occuparci anche di altri luoghi e di sognare una fuga o gettare sguardi su contesti ancora più tribolati (“Mexico”, 2011), oppure di mettesi a lottare contro tutto e tutti (“Thursday Evening, 2013, in cui era contenuto un sasso vero da usare a discrezione dell’ascoltatore). Nel frattempo ci sembrava lo stesso indispensabile conservare anche uno sguardo più intimo, sebbene sempre militante, ed abbiamo fatto il disco acustico, “The Calendar”, un ritorno alla terra. Senza accorgercene, nel frattempo altre musiche migravano lecitamente nelle nostre, e così è nato il disco “ﺭﺍﺩﻳﻮ ﺇﺯﺩﺍﻍ”, nel 2016, quando la Lega ancora non era al potere, quindi forse non è bastato. Allora, appunto, rieccoci con un’azione locale, speriamo di qualche valore, con “Milano”, in cui per la prima volta ci sono anche cover di pezzi di cantautorato italiano (da Enzo Jannacci e Roberto Vecchioni, per la cronaca), ma accanto a Throbbing Gristle e Cole Porter.

D: Mi racconti come è il vostro approccio in studio?
R: Come forse si evince dalla risposta precedente, in continua mutazione in termini di obiettivi artistici, ma abbastanza costante come modalità.
La procedura prevede:

  • Cena assieme, se possibile a casa di uno dei membri (di solito Alberto), a base di salumi, carboidrati e vino rosso (di solito di Cristiano);
  • In alternativa cena in luoghi sacri (se possibile l’Osteria Crono in via Pascoli a Milano, e la pubblicità occulta è qui del tutto volontaria);
  • Discussioni su vita, cinema, musica, calcio e orrori lavorativi quotidiani;
  • Svogliata corsa verso la sala prove (di solito il succitato Silos, per “Milano” il Guscio a Milano);
  • Montaggio della strumentazione in quasi rigoroso ed imbarazzato silenzio, ed incontro con l’owner della suddetta (di norma appunto Simone Riva che sovente, a seconda dell’umore e delle energie residue, può unirsi in qualità di batterista oppure riscuotere e ritirarsi);
  • Proposta da parte di Uggeri dei ‘brani della serata’ con relativa partenza delle basi ritmiche elettroniche;
  • Creazione e/o perfezionamento dei brani in questione da parte di tutti i componenti, fino all’avvenuta ‘forma finale’;
  • Registrazione delle varie take in modalità ‘cheap’, solo come promemoria, con successiva condivisione digitale via Dropbox (pubblicità, di nuovo).

In sostanza, mischiamo quella che potremmo definire una improvvisazione controllata “a prove ed errori” cui seguono tediosi processi di costante raffinamento dei brani che creiamo. Non so se il tutto è chiaro, ma è spiegato con quanta più onestà possibile.

D: Come è nato “Milano”? Immagino che siano nate delle idee “evocative” per poi giungere alla sua realizzazione finale.
R: Non saprei dirti. Mentre me lo chiedi mi viene in mente che tutti brani che hanno il sax di Cris come protagonista nel disco (la maggior parte) nacquero a casa di Alberto – quindi nemmeno in sala prove – in modo molto quieto, perché non potevamo fare casino. Non ricordo più perché non si andava al Silos, ma credo fosse perché io mi ero da poco trasferito appunto a Milano (prima stavo anche io in Brianza da molti anni, dopo esser nato nel capoluogo). Non ce la facevo a trovare le forze per la saletta, ancora più distante, anche perché al ritorno (verso la 1:30 di notte) sapevo che mi aspettava l’infinita ricerca di parcheggio. Per me dedicare un lavoro a Milano significava anche una catarsi rispetto alle fatiche che vivere in una città così mi imponeva (e mi impone tuttora, sebbene ora mi ci sia riappacificato).

D: Ascoltando l’album e leggendo le note di copertina, mi sembrate votati all’autoproduzione.
R: Sì e no: non è per una questione di voglia di indipendenza che ci autoproduciamo, ma è vero che per una musica fuori dai generi come la nostra è difficilissimo trovare label che ci credano e investano. Inoltre abbiamo una certa maniacalità per il formato in cui escono i dischi, grafiche comprese, e farceli da soli ci consente di fare tutto più o meno come ci pare (compatibilmente con il danaro a disposizione). È ideale quando etichette coraggiose come la mitica ADN, la minuscola ma resistente Moving Records e l’indomita stella*nera (Marco Pandin) ci supportano in tutto questo. A volte ci sembra incredibile, e la nostra gratitudine verso le persone che le gestiscono è immensa e sincera.

Sparkle in Grey MilanoD: Molto bella la copertina, me ne parli?
R: Da quasi sempre disegno io le illustrazioni per i dischi di Sparkle in Grey, ma per gli ultimi (lo split coi Controlled Bleeding e “ﺭﺍﺩﻳﻮ ﺇﺯﺩﺍﻍ”) non ce l’avevo fatta, non so perché, non mi veniva. Per “Milano” invece ho ritrovato l’ispirazione grazie alle chiacchiere serali nelle suddette cene (l’idea di metterci degli alberi venne a Cristiano e Alberto), a mia moglie (della quale ritrovai dei pastelli a cera che usava da bambina, con cui ho colorato tutto, e che è appassionatissima di libri illustrati) e alla mia prima figlia, con la quale disegnai la copertina mettendoci lei sulla palma. Aveva 3 anni ai tempi, ora ne ha 5 e ne va assai fiera, e sostiene che la sorella, Nora, sia quella disegnata sul CD (ma non era ancora concepita ai tempi… eppure forse è lei!).
Le immagini interne, di noi che suoniamo alla Scala, nudi, mentre l’acqua allaga tutto, mi sono sovvenute come un’ispirazione fulminante quando sono stato per la prima volta, sempre due anni fa, in quel teatro, grazie peraltro alla generosità di Valeria Bodanza, figlia del celeberrimo Pippo Bodanza, prima tromba della Scala per molti anni.

D: Presenterete “Milano” dal vivo?
R: No. E purtroppo non è una provocazione. È un dato di fatto: incrociare le agende di tutti noi per le prove e i live, ma soprattutto trovare venues che ci accolgano a condizioni decenti è durissima. Paradossalmente, i brani di Milano sono stati suonati live parecchi anni prima che il disco vedesse la luce, in poche occasioni. Saremmo felici di farlo d nuovo, ma onestamente vedo la cosa come poco probabile. Magari in futuro sarà più facile. I pezzi dei due prossimi dischi in uscita sono in un caso non suonabili live per niente (hanno tutti dei cantanti ospiti), oppure fatti per essere suonati live. Sono quelli di un disco chiamato “Addio”, che speriamo veda la luce nel 2021. Per quest’anno, appunto ci concentriamo sul disco cantato, “Two Sing Too Swing” (titolo provvisorio). Io non amo molto suonare live, devo ammetterlo, ma gli altri sì, solo che ciò non basta a fare di noi una touring band, quindi anche la nostra potenziale fama ne risente molto. Credo sia il nostro limite più grosso. Mi appello al fatto che anche gente come Beatles e R.E.M. ha smesso di fare concerti da un certo punto in avanti. Certo, prima di fermarsi ne hanno calcati di pachi! La sigla Sparkle in Grey compie 20 anni quest’anno (1999-2019), magari un concertino per ricordarcelo sarebbe bello farlo, chissà…

Riferimenti

Wooden Shjips live in Roma 14/03/2019

Nell’autunno 2018 io e Marco siamo stati intrigati dall’ultimo album V dei Wooden Shjips, gruppo statunitense capitanato dal chitarrista Ripley Johnson. Lo stile musicale della band è un rock psichedelico sulle tracce della West Coast americana.

Da qui la decisione di andare a Roma al circolo Monk, lo scorso 14 marzo, dove si esibivano.

Nel concerto, il suono è stato incalzante, raffinato ed avvolgente. Nel gruppo, composto da quattro musicisti (Nash Whalen all’organo, Omar Ahsanuddin alla batteria, Dusty Jermier alla basso) ha spiccato la chitarra di Ripley Johnson che di fatto guida e trascina la band (e il pubblico) in un vortice caldo e colorato. I riff di chitarra sono sembrati puliti e mai ripetitivi, gli affondi in distorsione mai grezzi o cupi. L’effetto finale è stato un suono piacevole e coinvolgente, per oltre un‘ora di musica, con un pubblico (non particolarmente giovane) entusiasta.

Sul fondale dietro i musicisti (e quindi addosso a loro!) Sanae Yamada, la compagna (sia nei Moon Duo che nella vita) di Ripley, proiettava dei giochi di luce caleidoscopica in un loop psichedelico.

Efficiente la gestione del Monk nell’organizzazione degli spazi (di fronte alla sala concerto, oltre un cortile, c’è un piacevole ritrovo con cucina e bar), oltre che nella possibilità di offrire una fruizione di qualità della musica.