Don Chisciotte nel fumetto

La figura del Don Chisciotte rappresenta una delle più iconiche della letteratura mondiale di tutti i tempi. Il capolavoro di Miguel De Cervantes, “El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha”, è stato pubblicato in Spagna nel lontano 1605 e da quel momento in poi ha animato profondamente l’immaginario europeo e non solo. Il romanzo di Cervantes vede come protagonista un bislacco e magrissimo aspirante cavaliere, che, dopo la lettura continua di moltissimi romanzi cavallereschi, finisce per agire continuamente mosso da sogni bizzarri di avventure romanzesche e di gloria militare, affiancato dal suo pingue e fedele scudiero, Sancho Panza. L’opera è importantissima e rientra ormai a pieno titolo tra le letture che fanno sognare e i classici della letteratura universale, anche perché questa rappresenta un grande affresco della prima modernità europea sia dal punto di vista storico e filosofico-esistenziale, sia per quanto concerne gli aspetti più pratici e comuni della vita dell’epoca. Cervantes descrive infatti molti piccoli dettagli della quotidianità del periodo, gli usi, gli svaghi, persino le regole del gioco del blackjack, al tempo noto in Spagna con il nome di veintiuna. L’importanza dell’opera nell’ambito della letteratura spagnola è stata tale che lo spagnolo è viene spesso definito come la lingua di Cervantes, tanto che proprio a questo scrittore è intitolato l’Istituto di lingua e cultura spagnola nel mondo.

Don Chisciotte

Il suo romanzo ha ispirato poi nei secoli a venire la creatività di molti altri artisti, che hanno trasposto e continuano a trasporre, le sue avventure nelle più varie forme: teatro, cinema, televisione, pittura e fumetti.
Don Chisciotte infatti molte volte è stato riadattato come fumetto. Nel 1956 ha preso le sembianze di Paperino, nel “Paperino Don Chisciotte”, storia che rientra nel filone delle Grandi Parodie Disney, scritta da Guido Martina e disegnata da Pier Lorenzo de Vita (numeri 137, 138 e 139 di Topolino).
Sempre negli anni Cinquanta Don Chisciotte è stato trasposto in fumetto anche da Jacovitti , che ne ha dato una versione molto contemporanea, proponendoci un hidalgo urbano, che si scontra con il traffico, la città, i grattacieli e combatte contro treni a vapore, invece che contro i mulini a vento. L’adattamento non è fedele all’originale letterario, ma si colora dell’umorismo surreale tipico di Jacovitti, di tutti i suoi dettagli e del suo stile vivace e strabordante. Pubblicato su Il Vittorioso, il fumetto è stato poi riproposto dalla rivista Il mago (numeri 13-14-15 del 1973) e in un volume delle Edizioni Di del 2006, intitolato Don Chisciotte, volume che contiene sia la versione a colori che quella in bianco e nero del fumetto.
La fascinazione che il “Don Chisciotte della Mancia” esercita ha portata mondiale, tanto che ha portato nel 2008 alla creazione dell’omonimo Premio Internazionale da parte della Junta de Comunidades de Castilla-La Mancha, che ogni anno annovera due premi, uno per la miglior opera istrituzionale, l’altro per coloro che grazie al proprio percorso professionale contribuiscono all’arricchimento collettivo della lingua e della cultura spagnola, come è stato il caso di Mario Vargas Llosa o dello scrittore messicano Carlos Fuentes.

Un mito quello del Don Chischotte che ha sedotto anche il Giappone. Lo scrittore Yushi Kawata insieme al disegnatore Yukito Kishiro, avevano già lavorato alla trasposizione di grandi classici della letteratura, come ad esempio “Tsumi to Batsu” (fumetto ispirato a “Delitto e Castigo” di Fëdor Dostoevskij). Nel 2013 hanno dato alle stampe “Don Quijote – Ureigao no kishi sono ai” (Il cavaliere del volto triste e l’amore) per la Gekkan Comic @ Bunch, proprio per festeggiare il secondo anniversario della rivista. Fortemente riadattato e reinterpretato, il fumetto rappresenta comunque una lettura interessante per gli amanti del genere.
D’altronde, la figura dell’hidalgo allampanato in cerca di avventure con il suo fido scudiero è stata declinata in moltissimi modi diversi e molto ancora farà galoppare la fantasia di migliaia di letture da ogni dove e in ogni tempo.

Don Chisciotte

Milano per Giulio Regeni

All’entrata dell’Università degli Studi di Milano – Bicocca, si richiede verità per Giulio Regeni.

Alla Bicocca a Milano per Giulio Regeni

 

Ripubblicato: oh, america di Penny Rimbaud

Penny Rimbaud è stato uno dei fondatori della collettivo anarcopunk dei Crass. Lui è sempre stato in prima linea per portare avanti una cultura di pace, di uguaglianza e di libertà.
Nel 2002 scrisse “oh, america“, ispirandosi al sonetto “The new colossus” scritto da Emma Lazarus nel 1883, riportato alla base della Statua della Libertà.

La non etichetta stella*nera ripropone questo sarcastico testo di Penny Rimbaud, tradotto in italiano.
Mi sembra una scelta appropriata, visti i tempi che corrono e i “protagonisti” beceri, vicini e lontani, che ci ritroviamo fra i piedi.

Riferimenti
  • Il libretto di sei pagine non è distribuito commercialmente, si può richiedere a stella*nera oppure a Dethector in cambio di un’offerta libera/consapevole.

Bologna ricorda Giulio Regeni

Passeggiando per Bologna abbiamo trovato svariati appelli per Giulio Regeni.

25 aprile: Goodbye Beautiful oppure Bella Ciao

Ho scelto la versione di Bella Ciao cantata da Tom Waits e tratta dall’album Songs of Resistance (2018) del chitarrista Marc Ribot.
Il musicista americano Ribot da tempo effettua una ricerca sulle sonorità del passato, da cui prende spunto per il suo stile personale e nel sul ultimo album ha pensato bene di suonare Goodbye Beautiful (Bella Ciao).
Sicuramente un bel segnale contro tutti gli autoritarismi.

Buon 25 Aprile!

Riferimenti

 

Low Padova 05/04/2019

Dopo un’attesa che sembra infinita, si diffonde nei frattali della sala dell’ Hall di Padova (attrezzata per l’occasione di sedie blu) la musica oscura e avvolgente dei Low, accompagnata dalle loro ombre sullo sfondo, lunghe e mobili.
Alle spalle dei musicisti statunitensi (del Minnesota), durante il concerto, tre schermi verticali accompagneranno i suoni, con immagini sfuocate, colorate, sgranate o ingrandite, come se fossero telefoni cellulare che mantengono un contatto visivo con un pubblico entusiasta, tenendolo ancorato alla realtà.
Esili e sfuggenti, melodici e dissonanti allo stesso tempo, i Low procedono nel concerto come un gigante dai passi lenti e pesanti, coinvolgendo inesorabilmente gli spettatori, anche ferendoli con raffiche di musica e luci che improvvisamente li illuminano.
Così, la rappresentazione artistica e sonora che il gruppo propone, racconta, anche politicamente, i nostri tempi oscuri e incerti.
Restano bellissimi e evocativi gli intrecci delle armonie vocali tra la batterista e cantante del gruppo, Mimì Parker, e il chitarrista, front man e voce (oltre che marito) Alan Sparhawk. Il trio si completa con il bassista Steve Garrington, che sigla l’incalzare ritmico della band.
Un’ora e mezza di musica indimenticabile, che spazia fino all’ultimo album, “Double negative“, con “Always trying to work it out” e “Fly” che lasciano senza fiato.

Marco + Enrico

https://youtu.be/1m31A4ZGss0

Riferimenti

Il sito ufficiale dei Low

Jerusalem In My Heart Verona 23/11/2018

Sono un colpo di pistola Jerusalem in My Heart, e colpiscono al cuore!
I loro proiettili sono il musicista libanese Radwan Ghazi Moumneh e il film maker canadese Charles-André Coderre.
Il libanese accompagna la voce con il buzuk e l’ ausilio di una loop station, campionamenti e registrazioni effettuate sul campo, mixando musica araba in un setting elettronico occidentale.
Il canadese proietta in sequenza pellicole da 60mm, da 4 proiettori posti di fronte al palco, colorando di esplosioni e immagini iconiche mediorientali più o meno a fuoco, i suoni (stratificati e ricomposti a loro volta) che invadono lo spazio.

Così, al Kroen di Verona, hanno presentato il loro ultimo lavoro Daqa’iq Tudaiq, e sembrava di essere ne l’Egitto prima delle sabbie del primo Battiato.

Gli artisti scrivono che il live è un site-specific performance happening, che unisce elementi multimediali e teatrali in un’unico spettacolo.
L’esito è un concerto che lascia incollati, infastiditi, affascinati, smarriti, incuriositi di vedere cosa ancora sta per accadere, con la possibilità di dare allo spettatore una possibilità diversa di ascolto e di visione.
L’accusa di antisemitismo non rende merito dell’ immagine fuori fuoco del retro copertina di “If he dies, if if if if if if”, in uno scatto realizzato nel luglio del 2014: quattro bambini corrono sulla spiaggia poco prima di un nuovo attacco israeliano nella striscia di Gaza, che li lascerà immobili sulla sabbia.

Marco + Enrico

Il sistema di proiettori a pellicola utilizzati durante il concerto.
Riferimenti

Il sito ufficiale dei Jerusalem in My Heart

Sparkle in Grey e Milano: intervista

A Milano c’è un gruppo musicale particolarmente originale: gli Sparkle in Grey. Gli ho scoperti da poco tempo e mi hanno particolarmente colpito con il loro ultimo album “Milano“.
Ascoltando i brani dell’ultimo album “Milano”mi è sembrato di percepire delle scintille nel buio, proprio come il loro nome. Un aspetto interessante degli Sparkle in Grey è la commistione di generi musicali: rock, musica elettronica, pensati in chiave strumentale. Il gruppo milanese non canta ma suona, talvolta ospita dei cantanti o inserisce dei campioni vocali. La musica è quindi strumentale e i titoli delle canzoni aiutano ad evocare delle atmosfere e quindi “Milano” è una sorta d’omaggio ad una città complessa .Le canzoni tendono ad indicare dei sentieri sonori, che mi hanno guidato nei meandri della metropoli lombarda. Una sensazione di perdita di orientamento mi ha accolto, ma per fortuna le interpretazioni degli Sparkle in Grey non mi hanno abbandonato fra la folla cosmopolita e fra i miasmi dei tubi di scappamento dei mezzi di trasporto. Gli Sparkle in Grey sono quattro musicisti di provenienza musicale diversa fra loro ed ero talmente incuriosito di approfondire la genesi di “Milano”, che ho provato a contattarli tramite il loro sito. Ha risposto Matteo Uggeri, che si è reso disponibile a parlare del disco e del gruppo.

Sparkle in Grey in studio

Domanda: Matteo, grazie per questa chiaccherata per prima cosa. Raccontami chi sono gli Sparkle in Grey.
Risposta: Innanzitutto grazie a te! Be’, gli Sparkle in Grey sono i ‘paladini del non genere’, o così ci ha definiti un giornalista del Mucchio anni fa, cosa che ci è molto piaciuta. All’anagrafe siamo Alberto Carozzi, Cristiano Lupo, Franz Krostopovic e me, più ormai, quasi stabilmente, Simone Riva, che dall’essere colui che ci affittava la sala prove (il “Silos” di Pagnano, nei pressi di Merate), è diventato batterista jolly e in un prossimo disco sarà presente in quasi tutti i brani. Negli anni sono stati Sparkle in Grey anche tanti altri ospiti che hanno reso la nostra musica più speciale, tra cui Osvaldo Arioldi Schwartz, Zacharia Diatta, Reem Soliman, Alessandro Pipino e tanti altri… Tutti in un certo senso indispensabili alla causa!

D: La vostra è un unione musicale lunga, che è culminata com l’ultimo album “Milano“. La vostra città?
R: In realtà non è proprio ‘la nostra città’: due di noi (io e Cris) ci vivono, ma gli altri (Franz e Alberto, nonché Simone) stanno in Brianza. Ma siamo tutti ‘city users’, come si dice adesso. Milano è una città difficile, il luogo comune dice che dà molto ma chiede molto. Siamo arrivati a trattarne perché il nostro sguardo musicale vaga di continuo tra il dentro ed il fuori: siamo partiti da tre dischi diciamo intimi, “The Echoes of Thiiings” (2005), “Nefelodhis” (con M.B., 2007) ed “A Quiet Place” nel 2008. Ai tempi anche la situazione politica e sociale consentiva di spendere tempo ed energie per guardarsi dentro e scoprire cose dolci o inquietanti. Col passare degli anni ci è parso che dovessimo occuparci anche di altri luoghi e di sognare una fuga o gettare sguardi su contesti ancora più tribolati (“Mexico”, 2011), oppure di mettesi a lottare contro tutto e tutti (“Thursday Evening, 2013, in cui era contenuto un sasso vero da usare a discrezione dell’ascoltatore). Nel frattempo ci sembrava lo stesso indispensabile conservare anche uno sguardo più intimo, sebbene sempre militante, ed abbiamo fatto il disco acustico, “The Calendar”, un ritorno alla terra. Senza accorgercene, nel frattempo altre musiche migravano lecitamente nelle nostre, e così è nato il disco “ﺭﺍﺩﻳﻮ ﺇﺯﺩﺍﻍ”, nel 2016, quando la Lega ancora non era al potere, quindi forse non è bastato. Allora, appunto, rieccoci con un’azione locale, speriamo di qualche valore, con “Milano”, in cui per la prima volta ci sono anche cover di pezzi di cantautorato italiano (da Enzo Jannacci e Roberto Vecchioni, per la cronaca), ma accanto a Throbbing Gristle e Cole Porter.

D: Mi racconti come è il vostro approccio in studio?
R: Come forse si evince dalla risposta precedente, in continua mutazione in termini di obiettivi artistici, ma abbastanza costante come modalità.
La procedura prevede:

  • Cena assieme, se possibile a casa di uno dei membri (di solito Alberto), a base di salumi, carboidrati e vino rosso (di solito di Cristiano);
  • In alternativa cena in luoghi sacri (se possibile l’Osteria Crono in via Pascoli a Milano, e la pubblicità occulta è qui del tutto volontaria);
  • Discussioni su vita, cinema, musica, calcio e orrori lavorativi quotidiani;
  • Svogliata corsa verso la sala prove (di solito il succitato Silos, per “Milano” il Guscio a Milano);
  • Montaggio della strumentazione in quasi rigoroso ed imbarazzato silenzio, ed incontro con l’owner della suddetta (di norma appunto Simone Riva che sovente, a seconda dell’umore e delle energie residue, può unirsi in qualità di batterista oppure riscuotere e ritirarsi);
  • Proposta da parte di Uggeri dei ‘brani della serata’ con relativa partenza delle basi ritmiche elettroniche;
  • Creazione e/o perfezionamento dei brani in questione da parte di tutti i componenti, fino all’avvenuta ‘forma finale’;
  • Registrazione delle varie take in modalità ‘cheap’, solo come promemoria, con successiva condivisione digitale via Dropbox (pubblicità, di nuovo).

In sostanza, mischiamo quella che potremmo definire una improvvisazione controllata “a prove ed errori” cui seguono tediosi processi di costante raffinamento dei brani che creiamo. Non so se il tutto è chiaro, ma è spiegato con quanta più onestà possibile.

D: Come è nato “Milano”? Immagino che siano nate delle idee “evocative” per poi giungere alla sua realizzazione finale.
R: Non saprei dirti. Mentre me lo chiedi mi viene in mente che tutti brani che hanno il sax di Cris come protagonista nel disco (la maggior parte) nacquero a casa di Alberto – quindi nemmeno in sala prove – in modo molto quieto, perché non potevamo fare casino. Non ricordo più perché non si andava al Silos, ma credo fosse perché io mi ero da poco trasferito appunto a Milano (prima stavo anche io in Brianza da molti anni, dopo esser nato nel capoluogo). Non ce la facevo a trovare le forze per la saletta, ancora più distante, anche perché al ritorno (verso la 1:30 di notte) sapevo che mi aspettava l’infinita ricerca di parcheggio. Per me dedicare un lavoro a Milano significava anche una catarsi rispetto alle fatiche che vivere in una città così mi imponeva (e mi impone tuttora, sebbene ora mi ci sia riappacificato).

D: Ascoltando l’album e leggendo le note di copertina, mi sembrate votati all’autoproduzione.
R: Sì e no: non è per una questione di voglia di indipendenza che ci autoproduciamo, ma è vero che per una musica fuori dai generi come la nostra è difficilissimo trovare label che ci credano e investano. Inoltre abbiamo una certa maniacalità per il formato in cui escono i dischi, grafiche comprese, e farceli da soli ci consente di fare tutto più o meno come ci pare (compatibilmente con il danaro a disposizione). È ideale quando etichette coraggiose come la mitica ADN, la minuscola ma resistente Moving Records e l’indomita stella*nera (Marco Pandin) ci supportano in tutto questo. A volte ci sembra incredibile, e la nostra gratitudine verso le persone che le gestiscono è immensa e sincera.

Sparkle in Grey MilanoD: Molto bella la copertina, me ne parli?
R: Da quasi sempre disegno io le illustrazioni per i dischi di Sparkle in Grey, ma per gli ultimi (lo split coi Controlled Bleeding e “ﺭﺍﺩﻳﻮ ﺇﺯﺩﺍﻍ”) non ce l’avevo fatta, non so perché, non mi veniva. Per “Milano” invece ho ritrovato l’ispirazione grazie alle chiacchiere serali nelle suddette cene (l’idea di metterci degli alberi venne a Cristiano e Alberto), a mia moglie (della quale ritrovai dei pastelli a cera che usava da bambina, con cui ho colorato tutto, e che è appassionatissima di libri illustrati) e alla mia prima figlia, con la quale disegnai la copertina mettendoci lei sulla palma. Aveva 3 anni ai tempi, ora ne ha 5 e ne va assai fiera, e sostiene che la sorella, Nora, sia quella disegnata sul CD (ma non era ancora concepita ai tempi… eppure forse è lei!).
Le immagini interne, di noi che suoniamo alla Scala, nudi, mentre l’acqua allaga tutto, mi sono sovvenute come un’ispirazione fulminante quando sono stato per la prima volta, sempre due anni fa, in quel teatro, grazie peraltro alla generosità di Valeria Bodanza, figlia del celeberrimo Pippo Bodanza, prima tromba della Scala per molti anni.

D: Presenterete “Milano” dal vivo?
R: No. E purtroppo non è una provocazione. È un dato di fatto: incrociare le agende di tutti noi per le prove e i live, ma soprattutto trovare venues che ci accolgano a condizioni decenti è durissima. Paradossalmente, i brani di Milano sono stati suonati live parecchi anni prima che il disco vedesse la luce, in poche occasioni. Saremmo felici di farlo d nuovo, ma onestamente vedo la cosa come poco probabile. Magari in futuro sarà più facile. I pezzi dei due prossimi dischi in uscita sono in un caso non suonabili live per niente (hanno tutti dei cantanti ospiti), oppure fatti per essere suonati live. Sono quelli di un disco chiamato “Addio”, che speriamo veda la luce nel 2021. Per quest’anno, appunto ci concentriamo sul disco cantato, “Two Sing Too Swing” (titolo provvisorio). Io non amo molto suonare live, devo ammetterlo, ma gli altri sì, solo che ciò non basta a fare di noi una touring band, quindi anche la nostra potenziale fama ne risente molto. Credo sia il nostro limite più grosso. Mi appello al fatto che anche gente come Beatles e R.E.M. ha smesso di fare concerti da un certo punto in avanti. Certo, prima di fermarsi ne hanno calcati di pachi! La sigla Sparkle in Grey compie 20 anni quest’anno (1999-2019), magari un concertino per ricordarcelo sarebbe bello farlo, chissà…

Riferimenti

Wooden Shjips live in Roma 14/03/2019

Nell’autunno 2018 io e Marco siamo stati intrigati dall’ultimo album V dei Wooden Shjips, gruppo statunitense capitanato dal chitarrista Ripley Johnson. Lo stile musicale della band è un rock psichedelico sulle tracce della West Coast americana.

Da qui la decisione di andare a Roma al circolo Monk, lo scorso 14 marzo, dove si esibivano.

Nel concerto, il suono è stato incalzante, raffinato ed avvolgente. Nel gruppo, composto da quattro musicisti (Nash Whalen all’organo, Omar Ahsanuddin alla batteria, Dusty Jermier alla basso) ha spiccato la chitarra di Ripley Johnson che di fatto guida e trascina la band (e il pubblico) in un vortice caldo e colorato. I riff di chitarra sono sembrati puliti e mai ripetitivi, gli affondi in distorsione mai grezzi o cupi. L’effetto finale è stato un suono piacevole e coinvolgente, per oltre un‘ora di musica, con un pubblico (non particolarmente giovane) entusiasta.

Sul fondale dietro i musicisti (e quindi addosso a loro!) Sanae Yamada, la compagna (sia nei Moon Duo che nella vita) di Ripley, proiettava dei giochi di luce caleidoscopica in un loop psichedelico.

Efficiente la gestione del Monk nell’organizzazione degli spazi (di fronte alla sala concerto, oltre un cortile, c’è un piacevole ritrovo con cucina e bar), oltre che nella possibilità di offrire una fruizione di qualità della musica.

Marco + Enrico

Superman: un saggio sul personaggio dei fumetti – Intervista a Filippo Rossi

SUPER 80 anni del primo supereroe da Nembo Kid a Superman di Filippo Rossi

Poco tempo fa ero in una libreria e stavo guardando gli scaffali dei fumetti. Fra i vari albi mi è capitato fra le mani un saggio dedicato a Superman. Mi sono ricordato che proprio l’anno scorso il supereroe americano ha compiuto ottant’anni. Così tanto per curiosità l’ho sfogliato, poi sono tornato all’indice e l’ho guardato con più attenzione. L’autore del saggio, Filippo Rossi, analizza tutta la “vita” di Superman, dagli esordi dell’aprile 1938, fino ad oggi. Il personaggio è “volato” passando tra molteplici media: fumetti, televisione, radio, teatro, cinema, divenendo un fenomeno “pop”. Questa icona americana è stata amata da intere generazioni di lettori, tornando alla ribalta con le sue ultime gesta cinematografiche. L’autore del libro Rossi racconta l’intero periodo di vita del personaggio, non dimenticando anche i suoi super-amici: Batman e Wonder Woman, che in più di qualche frangente lo hanno aiutato.

Sinceramente non pensavo di trovare un opera saggistica così completa e ben argomentata, mosso dalla curiosità ho fatto chiacchierata con l’autore, Filippo Rossi.

Domanda: Filippo, chi è esattamente Superman?
Risposta: Superman è sia popolare che misterioso. Essendo il personaggio un’icona culturale dell’America, da otto decadi tra le più riconoscibili e famose, è ovviamente un paradosso, ma non casuale. L’essere umano vive tramite i paradossi. Tanto Star Wars (altro mito noto ma ancora da studiare nel profondo) quanto Superman hanno la forza, a mio parere ancora poco compresa dal grande pubblico, della contemporaneità. La saga science fantasy o space fantasy americana, o meglio globale, di Guerre Stellari è un intreccio di scontri generazionali che si applicano anche alla realtà: sono sempre i giovani a produrre un nuovo film o una nuova esperienza, andando contro la generazione precedente e distruggendola, pur conoscendola e amandola. I supereroi DC Comics e in particolar modo Superman hanno, allo stesso modo, la forza dell’attualità: in ottant’anni il personaggio dell’alieno caduto sul nostro mondo per acquisire poteri eccezionali si è evoluto e si è adattato a ogni periodo storico umano del “Secolo breve”, tra il Novecento e il Duemila. Il secolo che ha avuto e ha il potere di esaltare o distruggere l’umanità del pianeta Terra. Grazie ai creatori fumettistici Jerry Siegel e Joe Shuster, e al complesso e lungo lavoro editoriale della DC Comics, Superman e i suoi amici supereroi hanno vissuto, con noi e come noi, ogni epoca; dalla Grande Depressione alla Seconda guerra mondiale, dalla Coca Cola alle bombe atomiche, dal Rock and Roll al Vietnam, dalla Contestazione studentesca alla Guerra fredda, dalle crisi energetiche al terrorismo, dalla caduta del muro di Berlino ai movimenti populisti. Superman c’è sempre stato, interprete delle più intime pulsioni del genere umano.
Il mio “Super: 80 anni di Superman, il primo supereroe” per Runa Editrice, Padova, narra le gesta dell’Uomo d’Acciaio e dei suoi super-amici: Batman e Wonder Woman, ossia la “Trinità” DC, e di tutti gli altri supereroi.

D: … e per te chi è “l’uomo d’acciaio“?
R: Superman è “semplicemente” un buono che, dotato di poteri immensi, sceglie di usarli per aiutare il prossimo, un essere vivente che avrebbe il potere di spaccare tutto o dominare tutto ma non lo fa, lasciando spazio libero agli umani, alle loro scelte, ai loro eroismi e alle loro meschinità, ai loro trionfi e ai loro fallimenti. Si limita, dolorosamente, a dare un esempio concreto, necessario per quanto spesso inascoltato o incompreso. È un testimone partecipe del libero arbitrio dell’umanità. Ne ha dato una visione interessante l’ultimo lavoro multi-film di Zack Snyder, colui che ha proiettato luce cinematografica alla storia inenarrabile di “Watchmen” e ha saputo usarla per modernizzare, a suo modo, Kal-El. Superman è migrante e clandestino, un buon samaritano apolide che soffre: un Cristo del XX e del XXI secolo. In fin dei conti è frutto dell’invenzione di due ebrei. Di Supermen reali ce ne sono tanti e tutti hanno sofferto, tutti sono stati uccisi dalle circostanze umane: dal Gesù storico a Mahatma Gandhi, da Martin Luther King a Nelson Mandela, distrutto da decenni di carcere duro e ingiusto. Oggi, Superman l’ho intravisto in un’immagine ripresa per caso di Marc Gasol, il famoso e ricchissimo e fisicatissimo cestista catalano dell’NBA che, pur avendo la possibilità di godersi la vita, ha deciso di tuffarsi segretamente in mare per salvare migranti, come volontario, senza pubblicità. L’ha fatto “togliendosi gli occhiali”, sfruttando l’identità segreta, senza fiatare, sporcandosi il corpo nell’acqua salmastra del Mediterraneo e lordandosi le mani con il sangue degli innocenti. Di Supermen ce ne sono anche oggi, anche se non danno nell’occhio.

→ Prosegui la lettura di Superman: un saggio sul personaggio dei fumetti – Intervista a Filippo Rossi