No Love, No Peace dei Crass

Crass No Love No Peace copertina libro di Marco Pandin stella*neraOggi ho finalmente il piacere di parlare del libro CRASS dedicato al collettivo inglese anarcopunk, curato da Marco Pandin ed edito da Stella*Nera.
I CRASS riuscirono a creare uno stile di vita originale e controcorrente, il cui veicolo era la musica punk con un forte messaggio politico e sociale nella Gran Bretagna a cavallo della fine degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta. I CRASS riuscirono a dimostrare che si poteva produrre e promuovere dischi, organizzare concerti autonomamente al di fuori dei circuiti ufficiali, facendo conoscere temi come il pacifismo, l’uguaglianza, lo stile di vita vegetariano e il rispetto dell’ambiente. I CRASS fondarono anche un etichetta discografica autogestita che produsse altre band anarcopunk, in linea con gli stessi valori.

Marco Pandin di Stella*Nera ha finalmente pubblicato un nuovo libro dedicato alla storica band anarcopunk inglese dei CRASS. Marco infatti negli anni’80 stampò un libretto dedicato ai CRASS che però è andato esaurito da quasi subito. Dopo anni Marco Pandin ritorna sull’argomento CRASS (ne abbiamo parlato qui), arricchendolo di nuovi contenuti e con la testimonianza di un concerto dell’ultimo periodo di attività del gruppo anarcopunk.
Il volume ha due CD allegati, nel primo troviamo il concerto dei CRASS, tenuto al Marcus Garvey Center in Gran Bretagna, il due maggio del 1984.
Nel secondo CD nello stesso giorno ci sono degli altri gruppi amici dei CRASS che furono ospiti e suonarono nella stessa giornata: i D&V, i Flux Of Pink Indians e con una performance di Annie Anxiety.
Il libro è stato pensato come una sorta di biografia accompagnata dalle traduzioni dei volantini che i CRASS distribuivano ai concerti o agli eventi a cui partecipavano.
La parte successiva prosegue con le traduzioni dei testi delle canzoni suonate durante il concerto e con alcuni scritti aggiuntivi.
Inoltre c’è l’intervista che Marco Pandin fece la prima volta che andò ad incontrare il gruppo anarcopunk inglese alla Dial House ad Epping.

Dopo lo scioglimento dei CRASS, Marco Pandin è rimasto in contatto con i musicisti e ha pubblicato per Stella*Nera altro materiale riguardante i CRASS o l’album dei Judas II di Pete Wright, bassista della band anarcopunk.
Il libro CRASS è pubblicato con la piena approvazione dei musicisti.

Crass No Love No Peace Marco Pandin

Crass No Love No Peace di Marco Pandin

Domanda: Marco, finalmente un edizione curata da te sui CRASS.
Risposta: Direi che “finalmente” è la parola giusta. Una decina d’anni fa avevo cominciato a raccogliere le varie cose scritte da me sui Crass, le recensioni e le segnalazioni dei dischi, le interviste e le lettere, le traduzioni eccetera. Non era una cosa organizzata, era più una questione personale, come dire, quasi privata. Sai, quelle cose che senti di fare perché ormai hai quasi cinquant’anni e ti accorgi che i ricordi e le esperienze si accumulano, così provi a mettere un po’ d’ordine sperando di trovarci dentro un senso. Negli anni ho accatastato tanta di quella carta, in mezzo ai ritagli un giorno sono saltate fuori da una scatola le registrazioni originali del concerto di Nottingham a sostegno del giornale pacifista Peace News, primi di maggio del 1984. Le avevo già diffuse allora, avevo fatto delle cassette che erano state persino piratate negli USA, così ho pensato potesse essere interessante far circolare ancora quelle canzoni, ma mi sarebbe piaciuto offrirle mettendoci anche qualcosa di personale, il mio punto di vista, tipo come e perché sono state importanti per me. Scriverci attorno una storia, ecco cosa volevo fare. Qui in Italia sui Crass è sempre girata poca roba, una letteratura sotterranea e minore di fanzine e fotocopie di fotocopie, spesso purtroppo le traduzioni sono state fatte stando più attenti alle proprie frustrazioni che al dizionario, mi ci metto in mezzo pure io. Di libri in italiano ne sono usciti due e solo di recente sull’onda delle ristampe rimasterizzate, ma si tratta comunque di traduzioni dall’inglese e dallo spagnolo. Quando gli avevo scritto spiegandogli cos’avevo in mente, da Dial House era arrivata in fretta una risposta positiva. Penny Rimbaud è un entusiasta, con me è sempre stato disponibilissimo e molto gentile. C’erano però dei problemi con gli altri, scazzi interpersonali anche seri, infatti Pete Wright mi ha chiesto di tenere in sospeso il progetto finché non si fossero chiarite le cose tra di loro. Con Pete siamo molto amici, degli ex-Crass è quello con cui ci siamo frequentati di più e francamente non c’erano ragioni per non fare come mi aveva chiesto, quindi ho aspettato. Nel frattempo ho avuto qualche difficoltà familiare, come magari già sai cinque anni fa è mancata la mia figlia maggiore e, nonostante fosse arrivato il “go ahead” anche da parte di Pete ero preso da tutt’altro genere di pensieri e non sono riuscito comunque a star dietro a niente. Ero al limite della depressione e c’è voluto del tempo per raccogliere i pezzi, poi però sono stato meglio e ho provato a riprendere in mano le cose che erano rimaste là. Così, durante l’estate scorsa, ho risistemato e aggiornato il testo e l’ho portato a stampare, c’è stato ancora qualche incidente tecnico e qualche ritardo, il libro è uscito dalla tipografia a metà novembre. Sì, “finalmente” è proprio la parola giusta.

D: Come hai fatto?
R: Come ho sempre fatto, cioè arrangiandomi da solo: dalle traduzioni (ma questa è una mezza bugia: Jane Dolman, che avevo conosciuta e incontrata proprio grazie ai Crass trent’anni fa, mi ha aiutato con la revisione) alla composizione, poi l’impaginazione, la confezione, le spedizioni. Per la diffusione mi stanno dando una mano i compagni imolesi dell’editrice Bruno Alpini e la rivista Aparte. Per mille ragioni non sono mai riuscito a dare una regolarità a questa attività, con stella*nera si naviga a vista, spesso si va lenti, magari sto fermo per mesi, per anni in questo caso, poi riprendo. Per pagare la tipografia ho chiesto un prestito, che sto già restituendo a rate. Appena riesco a recuperare le spese vive, dirotterò tutto a sostegno della A/Rivista Anarchica, appunto come è sempre stato fatto.

D: Perché “niente amore, niente pace”?
R: E’ per rimettere tutto in discussione, anche quella copertina offensiva così gratuita. Penso che amore e pace siano stati fraintesi, che siano stati troppo spesso confusi con rassegnazione e silenzio. Non me la sentivo di fare un santino, com’erano bravi e belli, com’erano avanti. Ho cercato di scrivere mantenendo un approccio critico, non proprio distaccato perché non ne sono capace, diciamo una via di mezzo tra lo studio storico e un report da fanzinaro agitato.

D: Mi vuoi descrivere brevemente “No love, no peace”?
R: C’è un cd con le registrazioni del concerto dei Crass fatte la sera del 2 maggio 1984 a Nottingham. Mi avevano lasciato collegare il registratore al mixer, la registrazione è fedele, c’è casino, sporco, agitazione, imprecisioni, è stata solo aggiustata un minimo per adattarla meglio al formato digitale, niente trucchi in studio se non qualche gap del nastro analogico che è stato sistemato. Il cd è accompagnato da un libro di 60 pagine, formato circa 20 per 20, con dentro una presentazione scritta da me, i testi delle canzoni che i Crass hanno cantato al concerto, la traduzione del volantino distribuito quella sera e qualche altra cosa, tipo un articolo scritto da Pete Wright per Peace News e l’intervista originariamente presente in “Anok4u”. Nelle prime copie c’è anche un secondo cd con le registrazioni complete dei concerti di Flux e D&V, più quelle di Annie Anxiety che si è riusciti a salvare. Non è roba messa in vendita, non ha “un prezzo” ma viene richiesta un’offerta libera e responsabile. Niente distribuzione commerciale, si può comunque trovare in qualche piccola libreria o negozio “ideologicamente vicino”, oppure richiedere per corrispondenza ad Aparte (casella postale 81 CPD – 30171 Mestre VE), oppure all’editrice Bruno Alpini (bruno.alpini@libero.it), oppure direttamente a me (a breve la mailbox stella_nera@tin.it sarà nuovamente disponibile). Le pagine web di stella*nera ospitate sul sito www.anarca-bolo.ch sono purtroppo ferme da tempo, come dicevo prima ho avuto tutt’altri pensieri in questi anni, comunque cercherò di aggiornarle appena possibile.

Crass Volantino distribuito ai concertiD: Mi è piaciuto molto leggere la loro storia intervallata dai volantini che i Crass periodicamente stampavano e distribuivano, così si riesce ad entrare meglio nei loro messaggi.
R: E’ un po’ il mio stile, ho sempre lavorato di forbici e colla. Mi piace raccontare le cose che ho in testa, ma mi piace utilizzare la voce vera di chi scrive e canta. Quando scrivo penso spesso di fare una specie di trasmissione radiofonica, dove un po’ parlo io e un po’ faccio ascoltare la musica o le registrazioni delle interviste. Anche adesso ho fatto così, ho raccolto volantini, stralci di lettere e testimonianze e li ho inframezzati alla storia. Ho anche rivisto le traduzioni dei testi, in fin dei conti era questa la cosa che più mi interessava rimettere in circolazione. In questo libretto ho raccolto solo quelli delle canzoni fatte al concerto di Nottingham, tra qualche tempo farò invece uscire una raccolta più completa e articolata, diciamo la versione molto migliorata del libro “Anok4u” che avevo curato e pubblicato nel 1984. Nel caso specifico dei Crass trovo che per certi versi le cose che hanno detto, scritto e cantato siano profetiche. Allora erano considerati dei visionari e degli estremisti pericolosi, quando non peggio, eppure andando a rileggere le parole delle loro canzoni ci si accorge presto che i loro incubi sono stati il nostro presente per questi ultimi trent’anni.

D: Il punk ha messo in discussione tutto …
R: Negli anni Settanta suonavo in un gruppo, facevamo cose nostre, spesso improvvisazioni lunghissime, eravamo piuttosto giovani ma ci dedicavamo a studiare con determinazione, ci impegnavamo per tirare fuori cose “importanti” dai nostri strumenti. Eravamo sulla buona strada, secondo molti amici e compagni. Invece ci eravamo persi in una sega colossale, stando alla nuova mentalità: certo, un modo di pensare discutibile e magari non del tutto condivisibile ma mi è servito a rivedere certe convinzioni, a ripensare certi atteggiamenti. Quei dischi dei vari gruppi punk che a fine anni Settanta si potevano comprare nei negozi tipo Damned o Ultravox a me facevano cagare, o come minimo pena. Non ci trovavo dentro proprio niente. Per me i Sex Pistols erano banali, John Lydon tutto spettinato che diceva “fuck” e faceva le linguacce al fotografo era tutt’altro che trasgressivo e soprattutto era inconsistente, quando fino a poco tempo prima coi miei compagni si andava a manifestare in piazza con i sassi e la fionda in tasca. La musica nuova io la cercavo altrove: Jan Garbarek, Jaco Pastorius, Brian Eno. Avevo preso i dischi di Patti Smith e dei Television, e li amavo pure, ma diffidavo della “musica punk”, quella delle spille da balia e delle magliette strappate apposta.

D: Eppure ne eri attratto …
R: A me incuriosivano i punks anarchici, trovo ci sia grossa differenza, che sia importante fare una distinzione. Le loro canzoni erano assolutamente concrete, mi ci riconoscevo, riconoscevo quei posti, come ci si sentiva, il rumore dentro. La differenza vera era che gli anarcopunks pisciavano sul serio addosso ai maestri, noi invece i maestri li si ascoltava e come, anche se solo con un orecchio, o facendo solo finta di non ascoltare. Mi sono reso conto che il punk anarchico era una maniera radicalmente diversa di fare della musica politica, abituato com’ero a tutt’altra roba, agli Stormy Six e agli Area insomma, e a tutt’altro livello di trasgressioni, che so, a Lindsay Kemp, a Dario Fo, a Frank Zappa, gente che aveva un certo spessore. Altro che le spille da balia, appunto.

D: C’era dunque una certa differenza fra punk e punk …
R: Secondo me una differenza sostanziale. Sex Pistols, Damned, Clash, Ultravox eccetera avevano tutti firmato dei contratti con grosse case discografiche, ma gli anarcopunks si stampavano i dischi e le cassette da sé e se li distribuivano per conto proprio e a basso prezzo, s’era sviluppato intorno anche un gran bel giro di fanzine, un’alternativa dal basso alla stampa musicale. C’era un abisso tra i dischi dei Crass e delle Poison Girls, i primi gruppi anarcopunk con cui sono venuto a contatto, e quelli di “musica punk” di allora. E non era soltanto un problema di qualità del suono, di produzione, di confezione: era un problema di comunicazione e di impatto culturale molto più complesso e articolato: facevano tutti una musica di merda, lo sapevamo noi e soprattutto lo sapevano bene loro e non gliene fregava niente, ma i dischi degli anarcopunks offrivano degli spunti, non era solo un blando lamentarsi per la mancanza di “futuro”, o un atteggiamento, una posa per la foto di copertina. Questi ragazzi vivevano lontani, Londra e l’America erano posti che in provincia io e i miei compagni a malapena eravamo capaci di sognare, ma da loro si stava complessivamente male come da noi. Sembrava proprio che gli anarcopunks non avessero affatto paura a usare le canzoni per gridare il loro malcontento, l’insofferenza, il disagio: stavano ridisegnando i perimetri espressivi, si stavano riprendendo, se non la vita, almeno il diritto di cantare la vita, e lo facevano a modo loro, come ne erano capaci. Erano le stesse identiche cose che avrei voluto fare anch’io, ma non mi ritenevo abbastanza preparato come strumentista, né ero abbastanza dentro ad una qualche organizzazione o una struttura politica o culturale che mi potesse sostenere. A me piaceva molto leggere e me la cavavo piuttosto bene a scrivere, ma le cose che scrivevo me le tenevo per me. Coi miei amici avevamo suonato in un paio di posti occupati, mica per qualche comizio elettorale, come artisti non avevamo davvero alcuna prospettiva concreta, e men che meno di prospettive potevo averne io come scrittore. A meno che non decidessi di prendere la mia vita in mano e darmi da fare, senza aspettarmi un aiuto da nessuno.

D: A distanza di anni un aspetto che ammiro del collettivo dei Crass è la forza con cui credevano nelle loro idee.
R: Sono nato nel 1957, quindi a me è successo di vivere i miei vent’anni troppo tardi per il 1968 e gli hippies e troppo presto per il punk. Alle scuole superiori grazie a un insegnante avevo scoperto Fernanda Pivano ed i poeti beat e mi avevano preso molto cose come la controcultura, il pacifismo, l’antimilitarismo e la contestazione, e amavo certa musica della fine degli anni Sessanta, un tesoro che generazionalmente apparteneva però ai miei fratelli maggiori se non addirittura ai miei genitori. Tieni conto della diversa velocità con cui le informazioni si diffondevano allora, era tutto più lento e più costoso. All’inizio degli anni Ottanta noi ragazzi non compravamo tanti dischi nuovi, e ascoltavamo abitualmente dalle radio libere la musica di dieci-quindici anni prima, tipo che so certo rock di Canterbury, certo jazz militante, i cantautori impegnati, roba che comunque non era certo considerata vecchia né “scaduta”, anzi. Il punk da noi veniva spacciato come un fenomeno da baraccone, per un bel po’ qui non se ne sapeva un cazzo neanche nei giri anarchici che frequentavo. Ma nel settembre del 1979 un bel giorno Patti Smith è stata invitata alla Biennale di Venezia ed io mi sono ritrovato con alcuni compagni di radio a rincorrerla per le calli per poi restare chiusi fuori della porta al reading: ci voleva un invito per entrare, o forse era solo una bugia perché ci togliessimo dai coglioni. A Bologna il suo concerto è stato una celebrazione di anarchia e libertà, è stata una cosa emozionante che non dimenticherò mai, hanno iniziato con “So you wanna be a rock’n’roll star” dei Byrds e poco dopo hanno fatto “All along the watchtower” di Dylan, offrendo un collegamento assolutamente esplicito con la contestazione di dieci anni prima. A me Patti Smith piaceva enormemente, sui banchetti di Stampa Alternativa ai concerti si trovavano dei libretti con le traduzioni dei suoi testi, avevo già da tempo preso i suoi dischi che venivano commercializzati come roba punk e identificati come tali nei primi spazi che i giornali musicali aprivano a questa nuova cultura. Patti Smith mi aveva proprio preso, era più vecchia di me di dieci anni, idealmente la vedevo come una specie di una sorella maggiore ribelle che era scappata di casa e che era improvvisamente ritornata per raccontarmi i segreti di famiglia e farmi aprire gli occhi. Lei mi offriva a piene mani collegamenti e rimandi e connessioni tra la ribellione di oggi e quella che c’era stata prima, per me era una pacificazione nella ribellione, un trovare posto nella corrente. Coi Crass è successo uguale, li ho scoperti a distanza breve.

Dial House la casa dei Crass

Dial House la casa dei Crass

D: Crass e Poison Girls erano gruppi di gente che aveva una differenza d’età anche significativa.
R: La cantante delle Poison Girls, Vi Subversa, era la madre di due ragazzi poco più giovani di me che avevo conosciuto a Londra e che suonavano in altri gruppi, Omega Tribe e Rubella Ballet, quindi anagraficamente poteva benissimo anche essere mia madre. Penny Rimbaud ha quattordici anni più di me, Gee Vaucher tredici, Pete Wright otto, io e Steve Ignorant siamo coetanei. La cosa già al tempo sembrava non avere alcuna rilevanza, d’altra parte anch’io tramite i giri delle radio e degli anarchici avevo frequentato volentieri dei compagni più vecchi di me. Crass e Poisons erano riusciti a risolvere, se non a dissolvere, il conflitto generazionale sbattendoci davanti a quello che era invece il vero e proprio conflitto in cui ci si doveva impegnare: quello contro l’establishment, quello contro il sistema. A me piaceva ascoltarli perché mi offrivano sì delle vie d’uscita dalla mediocrità, ma soprattutto perché mi incuriosivano. Immagino funzionasse così poi anche per loro, c’era questa curiosità reciproca che specie le prime volte ha stravolto il senso dei nostri incontri. La prima volta a Dial House mi immaginavo di essere il povero ragazzo anonimo e sfigato venuto dalla periferia dell’impero che andava a trovare i cattivi maestri, sai, quegli anarchici inglesi che fanno dischi che è disdicevole e pericoloso ascoltare, ma una volta lì mi sono ritrovato con una tazza di tè in mano, un gatto in braccio che faceva le fusa e tutt’attorno un gruppo di compagne e compagni meravigliati del fatto che ci fosse qualcuno così lontano da Londra che stesse lì a leggersi e tradursi i testi delle loro canzoni, e ci trovasse pure dentro dell’ispirazione.

Crass concerto al Marcus Garvey Center Gran Bretagna due maggio 1984: da sinistra Steve Ignorant, Andy Palmer

Crass concerto al Marcus Garvey Center Gran Bretagna due maggio 1984: da sinistra Steve Ignorant, Andy Palmer

D: I Crass sono stati dei pionieri nell’indipendenza dall’industria musicale: fondarono una loro etichetta discografica, aprirono uno studio discografico, organizzavano in proprio i tour.
R: Ma dai, i Crass non hanno inventato niente, i gruppi che si autogestivano e le etichette indipendenti c’erano già prima, pensa agli Henry Cow, pensa all’etichetta Topic legata al sindacato dei musicisti inglese, oppure senza andare tanto lontano, agli Stormy Six e alla cooperativa l’Orchestra, ai Dischi del Sole. E prima ancora, a metà degli anni Cinquanta tutto il giro marginale di musica popolare americana, blues e folk si stampava i dischi artigianalmente. Penso che il fattore determinante per lo sviluppo e l’espandersi dell’editoria discografica indipendente nei primi anni Ottanta sia stato il calo del costo della tecnologia, è stato improvvisamente più facile acquistare strumenti, registratori e microfoni, ed è stato più facile accedere a qualche stabilimento di stampaggio di dischi per farsi fare quelle mille copie di tiratura minima. Sono convinto che la rivoluzione operata dai Crass e dagli anarcopunks sia stata altrove, sia stata cioè nel far aprire gli occhi e soprattutto la mente ai ragazzi proprio riguardo al diritto d’accesso all’espressione libera: non occorre essere musicisti bravissimi per potersi permettere di suonare, così come non occorre essere poeti o scrittori laureati per potersi permettere di leggere a voce alta su di un palco. Anzi, neanche serve il palco: mescolati alla gente. Il fuoco dell’attenzione è stato spostato sulla creatività, togliendo importanza alle sovrastrutture della diffusione culturale industriale. Hai delle cose da dire? Hai delle cose da far sapere in giro? Bene, fallo. Non hai una bella voce? Non importa: è la tua. Usala. Anche se i giornali musicali ti convincono del contrario, non hai bisogno di un agente e neanche di un produttore artistico, e men che meno hai bisogno dei giornali musicali. Comincia a cantare, fallo adesso. La vera rivoluzione è stato affermare questo in un periodo storico in cui l’attenzione per le produzioni discografiche si era sempre più allontanata dai contenuti per concentrarsi sulla confezione: i cantautori impegnati, la sperimentazione e la ricerca, tutto l’universo conosciuto come la cosiddetta “musica alternativa” era improvvisamente stato spinto fuori del mercato, dai media, non era più di moda. Le radio trasmettevano sempre più disco music, le radio libere sempre meno libere e sempre più private. Dopo “The dark side of the moon” un gruppo rock non poteva più proporre soltanto dei “semplici” dischi e dei “semplici” concerti, ma delle opere e degli spettacoli sempre più elaborati e complicati che improvvisamente hanno cominciato a scricchiolare. I Crass e gli anarcopunks, diffondendo la pratica dell’autoproduzione e riportando tutto ad una dimensione umana hanno rosicchiato una fetta di mercato dapprima marginale poi però sempre più consistente, sto parlando di centinaia di migliaia di copie, e la cosa per un po’ ha funzionato. E’ ovvio che l’industria discografica non se ne sia rimasta lì a guardare, in breve ha voltato le spalle ai musicisti “veri” per dedicarsi allo sfruttamento degli incapaci, comprati con vino scadente e pochi spiccioli, e s’è ripresa il controllo del mercato. Chi era recalcitrante all’omologazione è stato preso per fame e ricattato, o è stato fatto fuori. Del resto è sempre stato così, mica importa qualcosa se ti chiami Kurt Cobain o Luigi Tenco.

D: Ispirati dai Crass molti gruppi hanno creato un giro di produzioni autogestite sia nella realizzazione che per la diffusione. Che ne dici? Secondo me è stato importante.
R: Ma certo che sì, è stato importante che certe cose pensate in una certa maniera rimanessero del tutto fuori dai negozi. L’esigenza di una certa integrità, non solo artistica, era molto sentita. Penso che grande parte delle canzoni e delle fanzine di allora siano stati fatti con tutto l’amore possibile, e che per grande parte si fosse concentrati sulla passione e sui sentimenti, non sul ritorno economico che poteva derivare dalla creatività. Quello che hanno fatto i Crass, dai concerti collettivi nei posti occupati all’autogestione radicale, ha ispirato iniziative simili in altri paesi del mondo, pensa al giro dei primi centri sociali, ai piccoli centri di distribuzione attivissimi qui in Italia anche nei primi anni del decennio successivo. Un’idea secondo me assolutamente brillante di Penny e John Loder, e che si è dimostrata vincente, è stata quella di aprire lo studio di registrazione ai piccoli gruppi, anarchici, punk e non solo anarchici e punk: offrivano la possibilità di registrare a prezzi bassi, nonché assistenza tecnica e “spirituale” in studio e siccome non imponevano dei vincoli per la pubblicazione del materiale riuscivano a dare consigli e indicazioni senza intaccare la libertà creativa dei ragazzi. I Crass, oltre a quella omonima aperta nel 1979 per pubblicare “Stations” e tutti gli altri loro dischi, avevano messo in piedi anche un’etichetta discografica di nome Corpus Christi, e con qualcuno è stata avviata una collaborazione più stretta: UK Decay, Omega Tribe, Conflict ed altri ancora. Poi, come si è visto, in qualche caso non è durata, i rapporti cambiano. Poi è stato messo in piedi praticamente da zero un circuito di distribuzione indipendente, fino al 1982 i Crass avevano collaborato con Rough Trade ma poi hanno deciso per un’autogestione totale, ed è stata pure questa una decisione vincente viste le dimensioni raggiunte da Southern finché era vivo John Loder. Praticamente tutti i gruppi di una certa consistenza (le Poison Girls la XNTrix, i Subhumans la Bluurg, i Conflict la Mortarhate, i Flux la One Little Indian eccetera) chi prima chi più tardi avevano aperto una propria etichetta discografica, non mancava certo il materiale da distribuire. Tornando velocemente sul discorso dell’esigenza d’integrità artistica, anche altri gruppi più grossi avevano una propria etichetta discografica, tipo Siouxsie and the Banshees con la Wonderland: in questo modo riuscivano a vendere ad un’etichetta discografica più grossa i loro lavori già finiti senza essere costretti a subire degli aggiustamenti di produzione.

Crass concerto al Marcus Garvey Center Gran Bretagna due maggio 1984: da sinistra Steve Ignorant, Andy Palmer, Phil Free

Crass concerto al Marcus Garvey Center Gran Bretagna due maggio 1984: da sinistra Steve Ignorant, Andy Palmer, Phil Free

D: Raccontami del concerto.
R: Beh, riuscire ad assistere di persona a un concerto dei Crass è stata un’esperienza formativa. Qualche mese prima avevo pubblicato “Anok4u”, volevo raccontargli come stava andando e ho telefonato a Dial House ma mi ha risposto la segreteria telefonica: non c’era nessuno, sarebbero stati per un po’ in giro a suonare. Dai, ci vado, mi sono detto. Sono riuscito per fortuna a trovare un biglietto aereo molto economico, così ho preso qualche giorno di ferie e sono partito. Spero sia chiaro che per me non è stata una cosa tipo vado a vedere i Led Zeppelin, i Crass dal vivo me li sognavo da cinque anni, ci eravamo incontrati più volte ma non li avevo mai visti suonare. Non sapevo cosa aspettarmi. Non è stato un evento memorabile, cioè, mi spiego meglio, memorabile lo è stato sì, ma non nel senso comune di impatto spettacolare o di accadimento culturale rimbombante. E’ stata, direi, una semina a germogliazione lenta. Il concerto di quella sera era organizzato in un centro culturale in periferia, un quartiere popolare, uno di quei posti mandati avanti a forza di volontariato e buonsenso. Ho preso un autobus per Nottingham da Londra nel primo pomeriggio, loro erano arrivati da poco così gli ho dato una mano a scaricare l’attrezzatura. C’era della roba da mangiare portata là da qualcuno, siamo rimasti seduti a un tavolo vicino al palco a fare merenda e bere tè e chiacchierare mentre arrivava gente, tutta gente calma e tranquilla, ragazze e ragazzi ma anche famiglie con bambini, poi con molta naturalezza sono iniziati i concerti. Probabilmente non so descrivere bene l’atmosfera della serata, io ero distratto da cento cose, ero agitato e nervoso, ma tutti lì sembravano invece molto calmi e rilassati. Eppure è stata una cosa molto intensa, specialmente il concerto dei Flux, davvero incendiari e inquietanti, tutti molto presi dal discorso su violenza e sessismo. I D&V riuscivano a ipnotizzare, facevano pezzi voce e batteria di uno-due minuti soltanto ma sembrava non finissero mai, e quando finivano restava appeso attorno un silenzio irreale. Annie Anxiety è stata particolarmente sconvolgente, siamo rimasti a parlare e bere tè fino a mezzo minuto prima che iniziasse il suo reading e lei, una volta fatti quei due-tre gradini per arrivare sul palco si è messa a volare su un tappeto di nastri registrati intrecciati trasformandosi in una gatta, in un serpente, in una nuvola, in una fiammata, in pioggia battente. A fine serata siamo rimasti tutti ancora un poco là con la gente del posto, poi gli ho dato una mano a riportare la roba nei furgoni e a dare una ripulita alla sala. Alla fine baci e abbracci, loro se ne sono andati via e io a piedi fino al terminal ad aspettare il primo autobus del mattino per ritornare a Londra. E’ stato uno dei loro ultimi concerti, un paio di mesi dopo hanno deciso di smettere di suonare.

D: Un’altra cosa che ho notato, ci sono le tue foto del concerto al Marcus Garvey Centre.
R: Sono un incapace, le foto sono fatte male e sfocate, sono tutt’altro che professionali, ma sono vere. Sono anche poche, sette otto in tutto, avevo con me solo un rullino e ho esagerato scattando le foto a quegli altri che avevano suonato prima. Chissà dove saranno finite, saranno andate perse in qualche trasloco. Magari saltano fuori.

Pete Wright al concerto dei Crass Marcus Garvey Center Gran Bretagna due maggio del 1984

Pete Wright al concerto dei Crass Marcus Garvey Center Gran Bretagna due maggio del 1984

D: Immaginavo una serata ricca di tensione, almeno è questa l’idea che mi sono fatto ascoltando la registrazione.
R: Era senz’altro d’impatto il discorso complessivo, e d’impatto forte, ma l’ambiente intorno come ti ho detto era molto pacifico. Magari esagero, ma venire a contatto con loro per me è stato una specie di insegnamento zen. Penso sia stata una delle loro caratteristiche fondamentali: i Crass ti prendevano in contropiede, ti rendevi conto del vuoto che sosteneva i tuoi pregiudizi. Una cosa importante per me, che sarò stato senz’altro ben disposto alle cattive frequentazioni anarchiche ed influenzato da queste, ma che ero comunque cresciuto in un ambiente fortemente politicizzato come poteva esserlo una città operaia degli anni Settanta. Ero di una curiosità vorace. In un certo senso mi allarmava il fatto che si interessassero a me, che mi chiedessero come stavo e come andava a casa: ero io quello che aveva mosso il culo da Venezia fino a Londra, ero io quello interessato a cosa facevano loro, ero io quello che voleva fare le domande. E loro lì sempre col loro tè, sempre a scaldare altra acqua, sempre a sfornare e affettare pagnotte da spalmare col Marmite, senti invece di stare chiusi qua dentro a parlare andiamo a farci un giro che è una bella giornata di sole. Ai giornali musicali invece che rilasciare interviste richiedevano degli spazi da autogestire, una cosa impensabile adesso, pensa trenta-trentacinque anni fa. Ai ragazzi delle fanzine che gli chiedevano di preferenze musicali parlavano di Martin Luther King e di Gandhi, di anarchia e di femminismo. Per sapere quelle due cose che riuscivi a chiedergli ci voleva un’ora e poi aspetta, lascia stare, senti questo disco, conosci Joni Mitchell vero? Ricordo avevano un 45 giri bootleg con una registrazione di Elvis Presley che si era messo a ridere nel mezzo di una canzone e non riusciva più a fermarsi. Che roba, vero? Dai, un altro po’ di tè. Altro pane? Hai sentito la canzone nuova di Robert Wyatt? Mettevano su “Shipbuilding” e ascoltandola gli venivano le lacrime agli occhi. Dell’altro tè? Ti spiazzavano. Pensavi di avere a che fare con un’organizzazione politica e invece passavano più tempo nell’orto e a leggere che in sala prove. Eppure avevano il potere, passami la brutta parola, di darti fuoco alle idee dentro in testa.

D: Erano considerati pericolosi per questo.
R: Sin dall’inizio hanno fatto di tutto per non soccombere al silenzio: il loro disco d’esordio è stato pubblicato nell’ottobre del 1978 ma privo di una canzone che era stata ritenuta “oscena” dai gestori dello stabilimento di stampaggio del vinile, si erano proprio rifiutati di farglielo se non la toglievano. L’anno dopo hanno ristampato il disco secondo il loro progetto originale, ricevendo di lì a poco una visita di Scotland Yard che era stata allertata da delle denunce per vilipendio e blasfemia criminale. John Peel li ha trasmessi alla BBC una volta sola, la stampa musicale inglese descriveva abitualmente i loro lavori in termini dispregiativi. I loro dischi sono stati sistematicamente oggetto di censura e boicottaggio, pensa a “Bloody revolutions” acquistato quasi in blocco dai grandi magazzini HMV e mandato al macero su ordine della direzione.  Il loro terzo album “Penis envy” è stato giudicato osceno da un tribunale, condanna confermata in appello, e viene tuttora diffuso in una confezione di plastica opaca semirigida come le riviste porno. Nel 1982 per vie traverse erano riusciti a far stampare in Francia “Sheepfarming”, una protesta infuocata contro la guerra delle Falklands, importandolo sottobanco in Inghilterra e distribuendolo clandestinamente, ma il disco è stato presto intercettato e sequestrato e loro accusati addirittura di collusione col terrorismo. Il disco successivo “How does it feel to be the mother of one thousand dead?” li ha visti coinvolti in un’inchiesta giudiziaria fatta aprire dal primo ministro Margaret Thatcher in persona. I gestori dei negozi di dischi che esponevano i loro dischi in vetrina ricevevano visite della polizia, dapprima invitavano in forma discreta a toglierli e a renderli al distributore, poi passavano a controlli pretestuosi, perquisizioni, minacce, addirittura dei negozianti sono stati denunciati, processati e condannati per commercio di materiale osceno a minori. Meno male che erano inglesi, in un altro paese li avrebbero ammazzati di botte e fatti sparire.

Crass Marcus Garvey Center Gran Bretagna due maggio del 1984: da sinistra Pete Wright, Andy Palmer, Phil Free

Crass Marcus Garvey Center Gran Bretagna due maggio del 1984: da sinistra Pete Wright, Andy Palmer, Phil Free

D: Secondo te, ora, c’è ancora un senso a leggere e ascoltare i Crass?
R: Dipende da cosa vuoi quando ti metti ad ascoltare un disco. Queste sono canzoni politiche nel senso più alto ed onesto: parlano di vita, di morte e di tutto quello che ci sta in mezzo mettendosi al nostro stesso livello e adoperando le stesse parole che usiamo tu ed io. Possono essere lette come poesie, poesie di rivoluzione. Sono anche canzoni di protesta nel senso più aggressivo: ti si inchiodano addosso, creano agitazione, possono fare danni. Non sono delle occasioni di intrattenimento, non si possono adoperare in sottofondo per passare dei mezzi pomeriggi piacevoli. Mica ti capita di canticchiarne una mentre sei sotto la doccia. Loro le avevano definite “canzoni d’amore”, ma può essere stata una provocazione, penso che dall’ascolto proprio di nessuna si possa uscire gratificati.
Che abbia oggi un senso mettersi ad ascoltarle, a leggere questi testi, direi di sì. C’è però il rischio reale che queste canzoni inneschino delle bombe in testa. Ad esempio, ascoltare i vecchi Crass degli anni Ottanta può dare un’idea concreta di dove si sia arrivati adesso: ci si può chiedere che tipo di rapporto e che tipo di condivisione culturale ci possa essere con quella gente che oggi canta di malcontento e frustrazione, ma col culo al caldo garantito da un contratto con una multinazionale dell’intrattenimento. Ci si può chiedere se vale davvero la pena perdere tempo prezioso della vita sprecandolo per ascoltare della merda confezionata in pacchetti di tre minuti e inframezzata da spot pubblicitari. Ci si può chiedere se non valga davvero la pena comprare un cd in meno e invece prendere un libro, o magari comprare qualche cosa da mangiare a chi ne ha bisogno.

D: Rileggendo i testi dei Crass ho trovato una sorta di sentiero tra il loro presente (anni ’80) e il nostro presente, tu che ne pensi?
R: Per molti versi le problematiche sono le stesse. Certe osservazioni di ieri, certi spunti di riflessione e di discussione possono essere riportati pari pari in un contesto odierno. Tipo, per fare un esempio, se è proprio una coincidenza che il padrone della casa discografica del cd che hai comprato ieri sia lo stesso del padrone del giornale che leggi, e del padrone del supermercato dove fai la spesa, e del padrone di quella grossa fabbrica di armi di cui parlano i giornali… Oggi come allora ci si può chiedere se la vita debba obbligatoriamente passare per i panorami in heavy rotation su MTV o per i talent show, se il rumore che ti circonda assomiglia davvero a quello che esce da dentro la televisione. Possono magari venirti in mente interrogativi più inquietanti, tipo se è davvero questa la vita che vuoi, se davvero non ci sono soluzioni, vie d’uscita, possibilità. I Sex Pistols si lamentavano che non esistesse il “futuro” già trentacinque anni fa, e si sono arricchiti in fretta rastrellando spiccioli di consenso tra i ragazzini. Potrei continuare, ma già adesso sembro paranoico. Magari lì a Dial House non avevano torto, forse era davvero meglio uscire e farsi un giro perché c’era il sole. Era meglio approfittarne finché si poteva.

I Crass oggi: Gee Vaucher, Eve Libertine, Steve Ignorant, Penny Rimbaud, foto recente alla Dial House

I Crass oggi: Gee Vaucher, Eve Libertine, Steve Ignorant, Penny Rimbaud, foto recente alla Dial House

D: Cosa sono riusciti a costruire i Crass?
R: Tornando alle parabole zen, i Crass non hanno distribuito pesci, ma hanno raccolto dei ragazzi attorno a sé e insegnato a costruire canne da pesca. E’ gente che non ha avuto paura di sporcarsi le mani di merda per tirarla addosso alla regina, al papa, al governo, alla polizia, ai benpensanti, a quelli che preferiscono restare zitti, a quelli che se ne fregano. Gente che rifiutando l’obbedienza e il silenzio ha restituito dignità alla protesta. Hanno convinto tanti ragazzi ad usare la creatività come arma, scusa se è poco. A quanto ho letto in giro, questo non viene considerato come un’eredità concreta. Io non la penso così, trovo invece assai concreto l’aver acceso speranza e soprattutto consapevolezza nel cuore di una generazione come la mia, immersa nella disoccupazione e nella minaccia della guerra e del buio nucleare. Non hanno mica detto no e no e no e basta, hanno offerto alternative a portata di mano, obiettivi che si riusciva a immaginare, a sfiorare quasi con la punta delle dita. Hanno cantato che era possibile e hanno spiegato come spezzare la catena scuola-caserma-chiesa-famiglia-fabbrica-cimitero, e cazzo per uno come me che ne era condannato per nascita non è stato poco. La mia esperienza personale è stata importante: ho tratto ispirazione da questo incontro, con ogni probabilità ne ho tratto degli insegnamenti e delle indicazioni, penso che anche grazie a questi scambi la mia vita possa aver preso una certa piega, senz’altro ha influito sul modo di rapportarmi con gli altri. Penso che abbiano avuto un’influenza importante anche sulla maniera globale di ripensare non solo l’anarchia, ma l’antagonismo in generale.

D: Invece cosa non sono riusciti a costruire i Crass?
R: Trovo non siano riusciti a trovare una giusta pacificazione tra loro, mi dispiace che si siano allontanati in maniera così astiosa. Finché era vivo, John Loder riusciva a mantenere un buon equilibrio tra le diverse anime del gruppo, ma venuto a mancare lui tante tensioni sono proprio esplose. I problemi interpersonali a cui mi riferivo all’inizio riguardavano la rimasterizzazione delle registrazioni, era stato contestato il fatto che Penny avesse messo mano alle registrazioni originali mettendone a conoscenza gli altri solo a cose fatte, o comunque tardi, c’era chi era d’accordo e chi invece non voleva venissero toccate. C’erano stati dei contrasti già al tempo dello scioglimento del gruppo e discussioni quando s’era trattato di acquistare Dial House, poi altri attriti per la gestione dell’archivio. E di recente, la classica ciliegina sulla torta, i Crass si sono ritrovati un giorno con Colin Jerwood dei Conflict che aveva registrato a proprio nome le loro canzoni all’MPCS, press’a poco la SIAE inglese, meno male che la cosa s’è risolta, erano appena a un passo dal finire in tribunale. Sono cose che mi mettono fortemente a disagio e che non desidero commentare.

D: Vuoi aggiungere qualcosa per concludere?
R: Sì, vorrei esprimere la mia gioia e la mia riconoscenza a tutti quei vecchi compagni di strada che con la scusa di questo libro si sono rifatti vivi con me, alcuni dopo tanti anni. Pete Wright mi ha scritto una lettera che mi ha commosso, così anche Martin Wilson dei Flux. Ho parlato a lungo anche con Laura dei Raf Punk e la nostra conversazione mi ha molto toccato. C’è da riflettere su quanto certi incontri e certe frequentazioni giovanili possano poi trasformarsi in suggestioni ed influenze che ti accompagnano per il resto della vita. E’ stato bello accorgersi che quei semi sono poi riusciti a germogliare nonostante la terra avvelenata e la siccità e le pietre intorno, nonostante i casini. Voglio molto bene a queste persone.

Riferimenti per richiedere il libro Crass, No Love, No Peace

 

Un grazie particolare a Desbela.

6 commenti per No Love, No Peace dei Crass

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