The Last Five Minutes: intervista ai musicisti

The Last Five Minutes CD Alberto Carozzi Matteo Uggeri Sparkle in Grey

L’album “The Last Five Minutes” è un piccolo capolavoro di musica sperimentale, in cui ci si addentra in sonorità che creano un ambiente sonoro interessante da esplorare. Arricchito da suoni tribali, provenienti da lontano… ma chi sono gli autori? Alberto Carozzi e Matteo Uggeri, entrambi membri del gruppo post-rock Sparkle in Grey. La curiosità di approfondire con i due musicisti era tanto e dettata dalla non possibilità di muovermi, durante il periodo del corona virus, il loro disco mi ha accompagnato musicalmente, in una sorta di percorso immaginario.

Domanda: innanzitutto come state?

Alberto: Ciao, di solito questa è La domanda di circostanza, ma i tempi cambiano. Sto bene, grazie, con dei vuoti improvvisi, quando senti mancare la terra sotto i piedi, o senti mancare delle persone, o non sei più sicuro di che giorno sia.
Matteo: sto bene pure io, molto meglio di quanto mi sarei aspettato dopo molte settimane chiuso in casa con mia moglie e le mie figlie. Tu come stai? Come mantieni alta la voglia di dedicarti alla musica?
Enri (chi fa le domande): Direi bene, non sono mai stato così tanto in casa e in telelavoro, tutto sommato non ho sofferto più di tanto, ho la mia compagna, i figli e un tetto sopra la testa. Per la musica? La curiosità di ascoltare molti dischi che da ragazzino non potevo comprare, poi siete arrivati voi con The Last Five Minutes e mi venuta voglia di conoscere meglio cosa ci sta dietro.

D: Siete entrambi membri del gruppo Sparkle in Grey, come è stata questa esperienza “fuori dal gruppo“?

Alberto: Ognuno di noi fa altre cose “fuori dal gruppo”. Ma in effetti forse è la prima volta che faccio una cosa fuori dal gruppo con uno del gruppo. Non abbiamo lavorato come facciamo di solito con gli Sparkle in Grey, cioè con prove insieme, abbiamo lavorato a distanza, con proposte e controproposte, e soluzioni. Alla fine però c’è sempre una cosa che ricorre, un’idea che mette in moto, crea sintonia, e prende forma, e magari anche senso.
Suonare con Matteo è bellissimo, mi illudo di conoscere un po’ la sua sensibilità, e poi quello che mi restituisce non ha niente a che vedere con quello che immaginavo, e subito (a volte non subito) penso, certo, è questo.
Matteo: Sì, è diciamo un primo progetto vero e proprio con solo due pezzi degli Sparkle in Grey, però io in una forma o in un’altra sfrutto le abilità strumentali e le risorse dei miei compari in molti dei dischi che faccio, a volte pure a loro insaputa! Però questo come dice Alberto è un caso del tutto speciale, anche perché è nato in toto più da lui che da me, io mi sono aggregato dopo…

D: Quindi, mi raccontate come è nato “The Last Five Minutes“?

Alberto: Ci sono stati diversi passaggi, a partire dall’incontro con Marco Pandin, che aveva prodotto un disco a cui avevo partecipato (Piccola Orchestra degli improvvisatori di Valdapozzo, curato da Nicola Guazzaloca e Luca Serrapiglio, a fare tutti ‘sti nomi mi si smuovono ricordi di una bellezza che non so descrivere), e che ho conosciuto in occasione della presentazione del disco, un evento musicale tutto dedito all’improvvisazione. Marco aveva apprezzato molto delle cose che avevo fatto alla fine di quella performance e mi ha chiesto di registrare qualcosa del genere, ma per tutt’altro scopo. Io qualche mese dopo ho fatto quelle registrazioni pensando al suo input, e poi (salto temporale) ho coinvolto Matteo, e così (altro salto temporale) è nato il disco.

D: Ho immaginato che l’album fosse una sorta di sentiero da percorrere di notte.

Alberto: Bello. Dai dimmi qualcosa di questo sentiero. Hai fatto incontri interessanti?
Enri: Sentiero notturno al chiaro delle stelle, lucciole, mica facile vederle oggi. Cerco di stare attento, perché ogni tanto inciampo. 🙂
Matteo: Curioso! In effetti cogli un punto interessante, ossia che è in pratica un unico brano/percorso di una quarantina di minuti… dove porti non sappiamo, diccelo tu!
Enri: Geograficamente un luogo fra collina e verso il mare, che però non si sente, ci si arriva, quasi.

D: Quali sono stati gli strumenti musicali che avete suonato?

Alberto: io ho usato esclusivamente la chitarra, ma con l’autoimposizione di suonarla il meno possibile, il suono già di suo vibrazione, creava altra vibrazione ed altro suono, che assecondavo e guidavo agendo su frequenze, intensità, timbro, cioè i parametri base. Nessun effetto speciale. Nemmeno in postproduzione.
Matteo: io di mio ho usato solo il mio solito computer, con il software Ableton Live, cacciando dei sample di ritmi africani presi da diversi CD che ho a casa, lavorando un pochino anche sui suoni della chitarra di Alberto, senza davvero modificarli ma smontando qui e là e generando suoni di altra natura dai suoi. Nulla di particolarmente originale, lo ammetto, ma anche io volevo tenermi basso e minimale.

D: Marghian, uno dei blogger che conosco, si chiedeva se vi fossero strumenti musicali orientali. Lui mi ha scritto nei commenti che il vostro album : “… Produce nell’ascoltatore un certo senso di ‘vibrazione viscerale‘ “.

Alberto: sulla strumentazione orientale lascio rispondere Matteo, mentre vorrei sapere qualcosa di più di questa vibrazione viscerale.
Matteo: Sì, è vero, oltre a quanto descritto sopra, un certo giorno, dopo un ascolto di una versione intermedia del lavoro, ho pensato che delle frequenze alti, dei suoni più casuali, imprevedibili, sarebbero stati molto utili ad arricchirlo, così tornato dall’ufficio ho tirato fuori campane tibetane, ovetti, sonagli e una cavigliera indiana “ghungroo” regalatami da Al anni fa, e li ho messi in mano alle mie figlie di (allora) 2 e 5 anni. E ho registrato il tutto, per poi mixarlo sul resto.

D: Pensate di poterlo presentare in concerto? Ops… sicuramente non nel breve periodo, vero?

Alberto: Ci stavo lavorando, non per rifare il disco che non ha senso, ma per riproporre quell’idea. Nelle prove che ho fatto mi son trovato a volte in una massa di rumore, altre volte nel silenzio. Spesso non riesco a controllare più nulla, e per come sono fatto io è un bel mettersi alla prova.
Avevo già fissato anche qualche appuntamento, e ho una gran voglia di portarlo in giro.
Matteo: in realtà lo stiamo per fare, con il ripiego virtuale che ‘va di moda ora’, poiché ci è stato chiesto di fare un live registrato a distanza per il festival Ferrara Sotto le Stelle. Siamo a buon punto, ne è uscita una cosa diversa dall’album e ovviamente complicatissima da realizzare, ma se va in porto ne vedrete delle belle (online).

D: Mi dite qualcosa della copertina? La trovo enigmatica.

Alberto: E’ una struttura per cartelli pubblicitari, senza i cartelli pubblicitari. La prima volta che l’ho vista mi ha colpito, ho pensato: “Copertina del disco!“, senza che esistesse alcun disco. Poi l’ho rivista un sacco di altre volte, ma quando poi il disco c’era, mi piaceva mantenere la parola. E a pensarci, l’assenza è un ingrediente dell’album…
Matteo: Sì, mentre il retro è una foto che ho fatto io in un viaggio di lavoro in un paese dell’Est, che non ricordo più, mi pare fosse Bulgaria, ma non garantisco. E’ misteriosa anche per noi!

D: Progetti per il futuro?

Alberto: Non ho capito la domanda.
Matteo: Ahaha! Personalmente ho un sacco di progetti per il presente.

Per ricevere “The Last Five Minutes” potete rivolgervi a:

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