Intervista a Marco Pandin autore di Crass ANOK4U

All’inizio degli anni Ottanta in Inghilterra, più precisamente in campagna ad Epping, un gruppo di musicisti diedero vita a una vera e propria comunità con l’intento di far svegliare le coscienze degli inglesi o più semplicemente per portare avanti una serie di valori come il pacifismo, l’ecologia, l’antinuclearismo, la parità dei diritti e la libertà d’espressione. La loro opera musicale aveva l’urgenza e l’abilità d’urlare quei temi ma non si fermarono qui, iniziarono ad aiutare altri gruppi a registrare e a distribuire in modo autonomo i dischi, tessendo a una vera e propria rete di collegamenti seria e con intermediari fidati. Loro stessi incidevano dischi. Fu coniata l’etichetta di anarcopunk e sto scrivendo dei Crass. Nel 1984 un ragazzo di Mestre diede alla stampe un libro che tutt’ora ritengo interessante ed importante, sia dal punto dei vista dei contenuti che come opera completa e realizzata in modo autonomo, che per me resta un modello. Il libro è ANOK4U e il curatore è Marco Pandin di Stella*Nera. Ogni tanto lo sfoglio e quando capito alla Crash Records di Padova acquisto con curiosità e piacere le opere discografiche che Marco rilascia per Stella*Nera. Così mi sono detto perché non rivolgere qualche domanda a Marco e far partecipi anche altre persone dell’esperienza legata ai Crass?

D: Marco sono passati un po’ di anni però mi piacerebbe sapere da cosa nacque il libro ANOK4U.
R: Ho ascoltato per la prima volta i Crass verso la fine dell’estate del 1979: un amico era tornato da un viaggio a Londra e mi aveva portato in regalo una copia di “Stations of the Crass”, il loro secondo lp che era appena uscito. Era un gruppo che si definiva “punk anarchico”, di loro non sapevo praticamente niente, solo avevo letto da qualche parte che il loro primo disco era stato censurato per via di una canzone ritenuta blasfema, ma niente di più. A quel tempo il punk in Inghilterra era considerato una cosa già vecchia, una tendenza sorpassata dai new romantics e dalla cosiddetta nuova onda, ma da noi se n’era a malapena sentito parlare al telegiornale: i punks erano grossolanamente descritti come teppisti ubriaconi e filo-fascisti, gente messa male che sputava addosso a quelli che suonavano, e poi lamette, sangue, spintoni, vomito… L’idea media di “anarchici” diffusa al tempo era quella di gente pericolosa da cui era meglio stare alla larga perché coinvolta in faccende sporche, un’etichetta che a me non stava affatto bene addosso. Io mi sentivo pacifista ed ero profondamente refrattario all’aggregazione politica, specie nei gruppi di sinistra, sentivo che non mi piaceva comandare né essere comandato ma non avevo letto granché dei testi storici di base. Avevo conosciuto alla radio degli anarchici che mi erano simpatici perché mi rispettavano nonostante fossi molto più giovane di loro, e prendevo ogni tanto la A/Rivista Anarchica a Utopia 2, una piccola libreria anarchica veneziana. Ho sempre amato avventurarmi in territori musicali strani: negli anni Settanta ero un teenager spostato e problematico che collaborava a collettivi musicali e teatrali, amavo gli Area e gli Aktuala, mandavo avanti un programma in una radio libera frequentata da anarchici e da estremisti di sinistra ed ascoltavo abitualmente Gong, Henry Cow, Robert Wyatt etc. Tramite la radio avevo anche assaggiato ed apprezzato un po’ del primissimo punk americano tipo i Television e Patti Smith. Mi piaceva meno il punk inglese. Anzi, mi spiego meglio, mi piaceva meno quel poco che del punk inglese allora si riusciva a capire: l’industria discografica si era impossessata del fenomeno e la pubblicità era aggressiva ma caotica, sui giornali si mescolavano al punk cose che magari non c’entravano niente come Elvis Costello, Nick Lowe, Larry Martin Factory e l’impressione era quella di una ribellione plastificata, artificiale, fine a sé stessa e poco consistente. Per me che ero abituato all’autoproduzione e alle etichette indipendenti impegnate tipo la Cooperativa L’Orchestra degli Stormy Six, quei dischi avevano l’aspetto di prodotti industriali destinati al mercato dei ragazzini. Ora, avevo questo album dei Crass, di punk anarchico non avevo mai sentito niente e la faccenda mi incuriosiva. E’ ovvio che all’inizio mi aveva colpito il linguaggio sonoro: più che giovani sbandati modaioli mi sembravano molto determinati ed incazzati, suonavano proprio strani e comunque molto diversamente da quegli altri gruppi punk inglesi arrivati nei negozi d’importazione di qui tipo Clash, Damned, Pistols e gli Ultravox di John Foxx. Le registrazioni dei Crass erano molto più caotiche e molto meno elaborate in studio: per me, che allora suonavo in un gruppo, il loro era uCrass foto bandieran suono immediatamente riconoscibile e familiare perché riportava a quell’atmosfera precaria e umida che si respirava nelle nostre cantine trasformate in sale prova. Quello che ha fatto breccia nel mio cuore però è stata la copertina del disco, così intrisa di parole, dichiarazioni, testi. “Stations of the Crass” aveva una confezione graficamente singolare: i due dischi erano alloggiati in un grande poster ripiegato, da una parte un collage apocalittico in bianco e nero, dall’altra quintali di parole scritte a macchina. Una quantità di messaggi e provocazioni che andavano ben al di là dei tre minuti di ciascuna canzone: erano testi che ti prendevano a schiaffi e ti ributtavano in faccia la realtà come uno specchio. Era una sfida. Armato di vocabolario, mi sono messo leggere: ho voluto capire, o almeno volevo provarci. Il “libro” nasceva dalla necessità di far sapere nella zona geografica a me più vicina e facilmente raggiungibile quello che stava succedendo in un posto lontano. Volevo stabilire un qualche collegamento tra lì e qui, in due parole si trattava di fare della controinformazione, una parola che adesso suona vecchia e fuori moda ma che allora era un’esigenza molto sentita. Tieni conto che avevo poco più di vent’anni e pochissimi soldi in tasca, la mia era una famiglia operaia come quelle di tutti i miei amici e compagni e vicini di casa. Non c’erano ancora computer né internet né telefonini, i mezzi a disposizione di chi non si rassegnava alle verità della televisione e all’omologazione sociale scuola-famiglia-chiesa-fabbrica erano i volantini ciclostilati, le fanzine fotocopiate, le scritte sui muri, l’aggregazione in bande, l’occupazione delle briciole di spazio nelle ultime radio libere. In “Stations of the Crass” improvvisamente avevo trovato un punto di riferimento, un’identificazione istantanea: dunque c’era in giro della gente che sembrava pensarla come me. Dei punks anarchici. Cazzo, non mi importava niente dei mille chilometri di distanza geografica: dovevo fare qualcosa.

D: Dico una cosa banale ma la giorno d’oggi è molto più facile comunicare con le persone e prendere contatti (web, posta elettronica ecc.) ma a quel tempo con i Crass come andò?
R: E’ stato piuttosto semplice. Sul retro della busta del disco dei Crass c’era un indirizzo: un giorno ho scritto una lettera e gliel’ho spedita. Come ti ho detto, nel 1979 avevo poco più di vent’anni, molti interrogativi, molte speranze ed illusioni anche, e un po’ temevo non ci fosse nessuno dall’altra parte. Speravo che non si trattasse di un altro scherzo: sono sempre state fatte così tante promesse, puntualmente mai mantenute, dai palchi dei concerti e dalle canzoni dentro ai dischi. La risposta invece non tardò ad arrivare, e non era una circolare, un prestampato, ma una vera lettera per me, scritta a mano. Nell’estate del 1981 sono riuscito ad andare per qualche settimana a Londra e nel negozio di Rough Trade ho incontrato Scott Piering che mi ha poi presentato a John Loder, l’anno successivo sono stato invitato ai Southern Studios da cui ho telefonato a Dial House e finalmente nel giugno 1983 sono riuscito ad andarci e li ho incontrati di persona. Come vedi, i tempi erano molto più dilatati e questo faceva sì che ci fosse una fase di costruzione del rapporto più meditata, serviva testardaggine, una motivazione, un certo coinvolgimento. Va detto anche che c’è voluto così tanto perché non potevo permettermi di comprare biglietti del treno o dell’aereo o comunque andarmene via di casa per fiondarmi in Inghilterra: i miei genitori avevano problemi seri di salute e io dovevo andare a lavorare e dare una mano in casa. Riguardo a me e i Crass decisamente non è quel tipo di relazione che si stabilisce tra un artista e un fan, per dire non mi è mai venuto in mente di chiedergli una spilletta o un autografo, né di fare in loro compagnia delle foto da mostrare in giro, figuriamoci. Direi che per me sono stati dei compagni importanti: mi hanno aiutato a sviluppare una certa sensibilità e a dare una certa direzione alla mia vita, la loro è stata un’influenza di cui sono consapevole e, se possibile, orgoglioso.

D: Coordinare tutto il progetto che c’era dietro al libro non fu semplice?
R: Il libro non è davvero granché come realizzazione editoriale: è una cosa piuttosto semplice fatta senza esperienza, e secondo me si vede. Non c’era poi molto da coordinare: ho fatto praticamente tutto da solo. Ho raccolto materiale per un centinaio di pagine, la stampa è stata fatta su carta economica da un compagno anarchico tipografo, i testi li ho battuti tutti io nei fine settimana risparmiando così sulla fotocomposizione. La stampa e la rilegatura sono state pagate tramite collette e rastrellando spiccioli, ci ho messo almeno un paio d’anni di risparmi. Allora nel mio giro di amici era cosa abituale raccogliere in giro carta e ferrovecchio, li si portava ad uno straccivendolo che ti dava quelle due lire, magari capitava di raccattare libri e riviste che invece si portavano nei negozietti di roba usata che pagavano un po’ di più. E’ stato proprio così che io e i miei compagni avevamo raccolto buona parte dei soldi necessari a stampare la nostra fanzine, Rockgarage. Le traduzioni dei testi sono state fatte un po’ alla volta: tante erano opera mia, è vero, ma alcune sono arrivate per posta da amici e conoscenti di allora. E’ abbastanza facile, adesso, accorgersi che quelle del libro non sono sempre traduzioni affidabili, nel senso che ce ne sono di approssimative e qualcuna è addirittura distorta dall’agitazione che allora si respirava. Le pagine finali con gli indirizzi sono il frutto di qualche anno di incontri e scambi postali con altre fanzine, collettivi e gruppi musicali, piccole etichette indipendenti etc.

D: Il libro conteneva uno scoop giornalistico, vero? Mi riferisco all’intervista ai membri del gruppo che non amavano particolarmente esser intervistati.
R: Credo che quella raccolta nel libro sia stata la prima intervista ai Crass diffusa in Italia, comunque non era un’intervista vera e propria nel senso che il mio amico Gino Collelli, allora cantante degli Wops, ed io avevamo portato con noi un registratore che però arrivati lì non abbiamo acceso. Non ci sembrava davvero il caso. Siamo stati accolti a Dial House con grande curiosità, abbiamo parlato per ore, abbiamo bevuto il tè in compagnia e ci siamo divertiti, io ogni tanto prendevo appunti su un blocchetto, ho passato poi un paio di giorni interi a trascrivere tutto e a confrontare la mia versione con quella del mio amico. Come ti dicevo prima, non si trattava di un paio di appassionati del gruppo musicale che fanno l’intervista per la rivista del fan club: Gino ed io avevamo ben altre pretese, ad esempio volevamo mostrargli le cose che avevamo fatto, le nostre cassette, fanzine e volantini, e volevamo fargli ascoltare le nostre canzoni, volevamo scambiare delle opinioni e, magari, fare amicizia. Non mi sembra che i Crass fossero poco disposti a parlare di sé e della loro attività, anzi. Il problema era un altro: nel passato avevano acconsentito a incontrare dei giornalisti di importanti testate musicali inglesi che poi hanno pubblicato versioni distorte delle loro dichiarazioni, tipo frasi ritagliate e decontestualizzate. In pratica gli avevano messo in bocca cose che non avevano detto e non avrebbero mai detto. I Crass non volevano più avere a che fare con quel tipo di stampa, quella che ti usa e ti sfrutta, quella che ti manipola e che ti appiattisce, che ti riconduce a uno stereotipo. Che io sappia, quelli che suonavano o che facevano delle fanzine e volevano incontrare e parlare con i Crass sono sempre stati i benvenuti a Dial House. Io sono stato lì spesso, erano tutti persone gentili, brillanti e ben disposte a scambiare battute divertenti. Da loro c’era sempre dell’acqua a scaldare per il tè, pane fatto in casa e verdure dell’orto, un posto caldo per dormire.

D: I Crass, leggendo il tuo libro, emergevano come delle persone coerenti con quello che cantavano.
R: Temo che alla fine sia stata proprio questa coerenza a schiacciarli. Erano “solo” gente come me e te che ha alzato la voce ficcandoci sotto una base musicale, e ridendo hanno mostrato il re nudo. Non so, la gente ha delle idee strane in testa: ho parlato anche recentemente con dei ragazzi che immaginano che i Crass fossero chissà quale organizzazione di sabotatori, praticamente dei guerriglieri. Macché. Io non ho conosciuto una formazione paramilitarizzata di anarchici sovversivi, io ho conosciuto un gruppo di persone che si erano stufate delle bugie, del silenzio, della rassegnazione e hanno provato a organizzare la propria vita secondo queste aspirazioni. Erano pacifisti che non ne potevano più di essere derisi, derubati e presi a calci nel culo, erano giovani stufi di essere obbligati ad ubriacarsi e a drogarsi per venire fotografati dai turisti, erano emarginati che non erano più disposti ad essere ricacciati nel ghetto, erano ragazze stanche di venire offese e maltrattate, erano poeti visionari che scrivevano canzoni senza conoscere la musica.

D: Oggi si parla molto di decrescita e di temi per l’ambiente, in questo i membri della comunità dei Crass erano forse dei precursori?
R: Vivere in una casa comune era un’idea hippy, in questo modo si abbattevano i costi. Penny e Gee si erano trasferiti a Dial House alla fine degli anni Sessanta, era una centrale della British Telecom in disuso che avevano lentamente trasformato nella base operativa del loro collettivo. Dial House era una “casa aperta” che ha dato ospitalità e rifugio a chiunque ne avesse bisogno, pensa a Phil Free e alla sua famiglia, tre bambini piccoli, che erano rimasti improvvisamente senza casa. Il posto è North Weald, molto a nord di Londra, a qualche chilometro dalla fermata della metropolitana di Epping che è la più vicina. Tutt’attorno è campagna, e tutt’attorno a Dial House è stato fatto un bell’orto che ha sfamato a lungo sia loro che gli ospiti. Quando ho cominciato a frequentarla, Dial House era organizzata in spazi privati, ciascun gruppo familiare occupava una o più stanze, e spazi comuni come la cucina e un bel bagno con la vasca e una vetrata che dava sul bosco. C’era una stanza dove si poteva leggere e ascoltare musica, un sacco di libri e dischi, non vorrei ricordare male ma non ho mai notato a Dial House un televisore acceso.

D: Un aspetto che mi ha sempre colpito dei Crass è il lavoro grafico nelle loro opere, sia che fossero dischi o volantini, tant’è vero che sono immediatamente riconoscibili e il tuo libro lo ben documenta.
R: Alcuni di loro sono davvero eccezionalmente sensibili e dotati. Gee Vaucher è una pittrice di talento, prima delle copertine degli album dei Crass aveva fatto l’illustratrice per Rolling Stone ed il New York Magazine. Dave King, che ha progettato il logo dei Crass, è un grafico professionista e si è trasferito da tempo in California dove fa il progettista di spazi verdi. Nel 1978 Dave aveva sovrapposto la croce ed il simbolo di divieto per la copertina di “Life amongst the little people”, un libretto che raccoglieva alcuni testi di Penny pubblicato poco prima di “The feeding of the 5,000”. Penso che non avrebbe mai e poi mai immaginato che quel logo serigrafato a mano entro pochi anni sarebbe arrivato ovunque. Anche Penny proviene dalla scuola d’arte, lui e Gee e John Loder avevano cominciato a collaborare anni prima dei Crass, quando avevano messo in piedi Exit, una specie di collettivo teatrale. Nel libro avevo riprodotto vari ritagli di copertine di dischi, cassette e fanzine punk anarchiche dei primi anni Ottanta, non solo materiale dei Crass.

D: Rileggendo i testi dei Crass, trovi che siano datati? Esattamente come lavoravano ad un album, inteso come opera completa (testi, musica, inserti e copertina)?
R: I Crass hanno scritto canzoni d’amore per la vita, per la pace, per la fratellanza, per la condivisione. In tutte le loro canzoni rivendicano la possibilità di amare e di essere se stessi, liberamente. E proprio a causa delle loro canzoni sono stati emarginati da ogni circuito musicale, boicottati e picchiati, accusati di collusioni col terrorismo, insultati e trascinati in tribunale per blasfemia, processati per oscenità, condannati per vendita di materiale pornografico e costretti al silenzio. A me i loro testi non sembrano affatto datati. Testi che esprimono amore, protesta, stanchezza, disperazione, rifiuto, alienazione, desiderio, utopia, sogni, necessità… non mi sembrano roba vecchia. Anzi, alcuni sono di una lucidità impressionante e sembrano fatti apposta per raccontare quello che succede oggi. Piuttosto, trovo non sia cambiato granché da allora: abbiamo un governo di merda, disoccupazione, precarietà, povertà, repressione. Siamo addirittura meno liberi, incombe tuttora la minaccia nucleare, abbiamo avuto una vera guerra a pochi chilometri da casa e ce ne sono cento altre sparse ovunque. Rispetto ai ventenni di allora oggi c’è un approccio diverso alle problematiche sociali e politiche, specialmente dopo che a Genova nel luglio 2001 la sete di liberazione è stata spenta a manganellate. Il governo e la polizia hanno cercato di seppellire con Carlo Giuliani la nostra speranza di cambiare il mondo, quindi i problemi sono sostanzialmente gli stessi se non più gravi. Per quel che ho visto io, il lavoro complessivo dei Crass era un bel gioco di squadra, c’era un buon bilanciamento tra le tendenze dei più impulsivi e quelle dei più riflessivi. Li ho visti e sentiti suonare dal vivo, erano riusciti a trasformare in pregi le loro deficienze tecniche nel senso che sul palco sembravano davvero incazzati e disperati e alzavano un muro di suono impressionante. Questo è secondo me una prova che la musica non era che un pretesto, il gioco era di ben altro spessore. Nel gruppo solo Pete e Phil sapevano suonare decentemente uno strumento, Eve Libertine aveva un po’ studiato canto ma gli altri niente. Andy non sapeva neanche fare degli accordi ed usava la sua chitarra elettrica come una specie di macchina da rumore, Penny ha un fraseggio ripetitivo e piuttosto elementare. Nessuno aveva qualche esperienza o una formazione musicale per cui i testi, scritti da uno o da un altro, poggiavano su invenzioni in sala prove che venivano progressivamente elaborate. So che parlavano e discutevano tantissimo, e che questo continuo confronto a volte li ha rallentati: durante la guerra delle Falklands erano caduti in una profonda crisi, si ritrovavano a scrivere, cantare e parlare senza riuscire a fare qualcosa di concreto contro la morte. Era frustrante, le discussioni sembravano tempo sprecato.

D: E’ stato difficile l’opera di traduzione? Hai qualche aspetto o curiosità che ti colpì particolarmente?
R: La mia conoscenza dell’inglese allora era discreta: avevo studiato un inglese tecnico alle scuole superiori e sostenuto solo un esame all’università, ma avevo fatto tanto laboratorio di inglese parlato quindi capivo piuttosto bene quando mi parlavano e avevo pure imparato tanti vocaboli ed espressioni. Penso che sia stata la mia curiosità ad andare più a fondo di quei testi che mi ha fatto impegnare. Purtroppo non ce l’ho fatta a continuare l’università, avrei tanto voluto fare il traduttore, invece sono riuscito soltanto a studiare per conto mio, leggendo tanto e cercando di fare quanta più pratica possibile. Allora mi aveva molto colpito la differenza del nostro stile colloquiale: nel loro paese i testi dei Crass facevano scandalo, praticamente in ogni canzone ci scappavano uno o più “fuck”, parolacce che a me, che sono cresciuto in un quartiere operaio di periferia e sono abituato a sentire e profferire rosari di bestemmie, non hanno fatto mai effetto.

D: Il libro è ormai esaurito da tempo, quale fu la tiratura? Ne sei soddisfatto? E se qualcuno volesse leggerlo?
R: I soldi che ero riuscito a raccogliere mi avevano permesso di stampare e rilegare solo milleduecento copie del libro. I Crass non solo non avevano preteso un soldo ma mi avevano fatto avere tramite Jumpy dei Raf Punk, che era la loro base italiana, altrettante copie del loro flexi “Ribal tribal rebel revels” che gli erano avanzate, così ne ho infilata una in ogni libro. Non è stato difficile diffonderlo anche perché costava quattromila lire, allora era proprio una miseria, quello che è stato difficile è stato il rapporto con quei diffusori cosiddetti alternativi, indipendenti, punk e anarchici di Milano, Torino, Venezia, Bologna etc. che hanno venduto in fretta tutte le centinaia di copie che avevano preso senza però pagarle né offrire del materiale in cambio come avevano promesso. Non credo proprio che quei libri siano serviti a finanziare delle attività sovversive, sono convinto che i soldi siano finiti nelle stesse tasche di sempre. La soddisfazione comunque c’è stata e c’è, anche se le traduzioni sono quello che sono, anche se la carta è povera, anche se erano solo un migliaio di copie. Per me è stato un importante punto di partenza: è stato proprio discutendo a Dial House della disonestà dei distributori del cosiddetto circuito alternativo italiano che sono stato spinto ad adottare quella che da allora è la mia filosofia commerciale, cioè tutti i dischi, cassette, cd, libretti che ho prodotto da allora sono stati resi disponibili soltanto in cambio di una sottoscrizione a favore di A/Rivista Anarchica. Potrà sembrare una battuta spiritosa, ma ho cominciato a vendere materiale quando ho deciso di non metterlo in vendita. Come dici tu, sulle pagine web di Stella*Nera dedicate ai Crass ci sono alcune traduzioni dei testi, queste però sonSo fatte bene, leggibili e scaricabili gratuitamente. Il libro non è mai stato ristampato, al tempo s’era valutata l’opportunità di rimetterlo in circolazione con Marcello Baraghini di Stampa Alternativa, c’era l’idea di fare insieme anche un libro sui Throbbing Gristle ma ho lasciato perdere. Ricordo che dopo un bel po’ di lettere avrei dovuto incontrare di persona Genesis P-Orridge a Torino al concerto degli Psychic TV al Big Club. Lui ha però ritardato, ha rimandato il nostro incontro a dopo la conferenza stampa dove da una parte c’erano tutti i peggiori scribacchini dell’epoca e dall’altra due perfetti idioti che pubblicizzavano un elettrostimolatore: a sentir loro, avrebbe guarito da ogni dipendenza di droga e di alcol. Così, in mezzo ai giornalisti, ho posto anch’io la mia domanda: gli ho chiesto se quell’apparecchietto avrebbe funzionato anche per la televisione. Loro, invece di rispondere, si sono offesi e hanno abbandonato la sala.

D: Un ultima curiosità, sei ancora in contatto con qualcuno di loro?
R: Sì, certo. Ho chiamato Southern il mese scorso per la faccenda del dvd di Steve Ignorant, ho tradotto una sua intervista per A/Rivista Anarchica che uscirà nel numero di aprile 2010. E poi, per dire, qualche giorno fa mi ha chiamato Pete Wright, stiamo vedendo di spedire mia figlia Marta a casa sua e da Martin Wilson (ex-Flux of Pink Indians) per un paio di settimane quest’estate. Marta frequenta il liceo linguistico, è cresciuta ascoltando le mie musiche orribili e… a lei piacerebbe fare la traduttrice.

Sono proprio contento d’aver incontrato Marco in modo un po’ virtuale, alla fine però emerge che Marco è davvero una bella persona.

Allegato al libro il flexy disc con il brano “Rival Tribal Rebel Revel” dei Crass, registrato nel 1980. La casa editrice è Catfood Press, numero di catalogo 1/1984-B.

Riferimenti:

http://www.anarca-bolo.ch/Stellanera%20website/crass%20main.htm
http://www.southern.com/southern/band/CRASS/
http://www.discogs.com/Crass-Rival-Tribal-Rebel-Revel/release/2159945
http://ita.anarchopedia.org/crass

Questo post è dedicato a Less e a Pess.

La playlist dedicata ai Crass


Dico una cosa banale ma la giorno d’oggi è molto più facile comunicare con le persone e prendere contatti (web, posta elettronica ecc.) ma a quel tempo con i Crass come andò?

E’ stato piuttosto semplice. Sul retro della busta del disco dei Crass c’era un indirizzo: un giorno ho scritto una lettera e gliel’ho spedita. Come ti ho detto, nel 1979 avevo poco più di vent’anni, molti interrogativi, molte speranze ed illusioni anche, e un po’ temevo non ci fosse nessuno dall’altra parte. Speravo che non si trattasse di un altro scherzo: sono sempre state fatte così tante promesse, puntualmente mai mantenute, dai palchi dei concerti e dalle canzoni dentro ai dischi. La risposta invece non tardò ad arrivare, e non era una circolare, un prestampato, ma una vera lettera per me, scritta a mano. Nell’estate del 1981 sono riuscito ad andare per qualche settimana a Londra e nel negozio di Rough Trade ho incontrato Scott Piering che mi ha poi presentato a John Loder, l’anno successivo sono stato invitato ai Southern Studios da cui ho telefonato a Dial House e finalmente nel giugno 1983 sono riuscito ad andarci e li ho incontrati di persona. Come vedi, i tempi erano molto più dilatati e questo faceva sì che ci fosse una fase di costruzione del rapporto più meditata, serviva testardaggine, una motivazione, un certo coinvolgimento. Va detto anche che c’è voluto così tanto perché non potevo permettermi di comprare biglietti del treno o dell’aereo o comunque andarmene via di casa per fiondarmi in Inghilterra: i miei genitori avevano problemi seri di salute e io dovevo andare a lavorare e dare una mano in casa. Riguardo a me e i Crass decisamente non è quel tipo di relazione che si stabilisce tra un artista e un fan, per dire non mi è mai venuto in mente di chiedergli una spilletta o un autografo, né di fare in loro compagnia delle foto da mostrare in giro, figuriamoci. Direi che per me sono stati dei compagni importanti: mi hanno aiutato a sviluppare una certa sensibilità e a dare una certa direzione alla mia vita, la loro è stata un’influenza di cui sono consapevole e, se possibile, orgoglioso.

Coordinare tutto il progetto che c’era dietro al libro non fu semplice?

Il libro non è davvero granché come realizzazione editoriale: è una cosa piuttosto semplice fatta senza esperienza, e secondo me si vede. Non c’era poi molto da coordinare: ho fatto praticamente tutto da solo. Ho raccolto materiale per un centinaio di pagine, la stampa è stata fatta su carta economica da un compagno anarchico tipografo, i testi li ho battuti tutti io nei finesettimana risparmiando così sulla fotocomposizione. La stampa e la rilegatura sono state pagate tramite collette e rastrellando spiccioli, ci ho messo almeno un paio d’anni di risparmi. Allora nel mio giro di amici era cosa abituale raccogliere in giro carta e ferrovecchio, li si portava ad uno straccivendolo che ti dava quelle due lire, magari capitava di raccattare libri e riviste che invece si portavano nei negozietti di roba usata che pagavano un po’ di più. E’ stato proprio così che io e i miei compagni avevamo raccolto buona parte dei soldi necessari a stampare la nostra fanzine, Rockgarage. Le traduzioni dei testi sono state fatte un po’ alla volta: tante erano opera mia, è vero, ma alcune sono arrivate per posta da amici e conoscenti di allora. E’ abbastanza facile, adesso, accorgersi che quelle del libro non sono sempre traduzioni affidabili, nel senso che ce ne sono di approssimative e qualcuna è addirittura distorta dall’agitazione che allora si respirava. Le pagine finali con gli indirizzi sono il frutto di qualche anno di incontri e scambi postali con altre fanzine, collettivi e gruppi musicali, piccole etichette indipendenti etc.

Il libro conteneva uno scoop giornalistico, vero? Mi riferisco all’intervista ai membri del gruppo che non amavano particolarmente esser intervistati.

Credo che quella raccolta nel libro sia stata la prima intervista ai Crass diffusa in Italia, comunque non era un’intervista vera e propria nel senso che il mio amico Gino Collelli, allora cantante degli Wops, ed io avevamo portato con noi un registratore che però arrivati lì non abbiamo acceso. Non ci sembrava davvero il caso. Siamo stati accolti a Dial House con grande curiosità, abbiamo parlato per ore, abbiamo bevuto il tè in compagnia e ci siamo divertiti, io ogni tanto prendevo appunti su un blocchetto, ho passato poi un paio di giorni interi a trascrivere tutto e a confrontare la mia versione con quella del mio amico. Come ti dicevo prima, non si trattava di un paio di appassionati del gruppo musicale che fanno l’intervista per la rivista del fan club: Gino ed io avevamo ben altre pretese, ad esempio volevamo mostrargli le cose che avevamo fatto, le nostre cassette, fanzine e volantini, e volevamo fargli ascoltare le nostre canzoni, volevamo scambiare delle opinioni e, magari, fare amicizia. Non mi sembra che i Crass fossero poco disposti a parlare di sé e della loro attività, anzi. Il problema era un altro: nel passato avevano acconsentito a incontrare dei giornalisti di importanti testate musicali inglesi che poi hanno pubblicato versioni distorte delle loro dichiarazioni, tipo frasi ritagliate e decontestualizzate. In pratica gli avevano messo in bocca cose che non avevano detto e non avrebbero mai detto. I Crass non volevano più avere a che fare con quel tipo di stampa, quella che ti usa e ti sfrutta, quella che ti manipola e che ti appiattisce, che ti riconduce a uno stereotipo. Che io sappia, quelli che suonavano o che facevano delle fanzine e volevano incontrare e parlare con i Crass sono sempre stati i benvenuti a Dial House. Io sono stato lì spesso, erano tutti persone gentili, brillanti e ben disposte a scambiare battute divertenti. Da loro c’era sempre dell’acqua a scaldare per il tè, pane fatto in casa e verdure dell’orto, un posto caldo per dormire.

I Crass, leggendo il tuo libro, emergevano come delle persone coerenti con quello che cantavano.

Temo che alla fine sia stata proprio questa coerenza a schiacciarli. Erano “solo” gente come me e te che ha alzato la voce ficcandoci sotto una base musicale, e ridendo hanno mostrato il re nudo. Non so, la gente ha delle idee strane in testa: ho parlato anche recentemente con dei ragazzi che immaginano che i Crass fossero chissà quale organizzazione di sabotatori, praticamente dei guerriglieri. Macché. Io non ho conosciuto una formazione paramilitarizzata di anarchici sovversivi, io ho conosciuto un gruppo di persone che si erano stufate delle bugie, del silenzio, della rassegnazione e hanno provato a organizzare la propria vita secondo queste aspirazioni. Erano pacifisti che non ne potevano più di essere derisi, derubati e presi a calci nel culo, erano giovani stufi di essere obbligati ad ubriacarsi e a drogarsi per venire fotografati dai turisti, erano emarginati che non erano più disposti ad essere ricacciati nel ghetto, erano ragazze stanche di venire offese e maltrattate, erano poeti visionari che scrivevano canzoni senza conoscere la musica.

Oggi si parla molto di decrescita e di temi per l’ambiente, in questo i membri della comunità dei Crass erano forse dei precursori?

Vivere in una casa comune era un’idea hippy, in questo modo si abbattevano i costi. Penny e Gee si erano trasferiti a Dial House alla fine degli anni Sessanta, era una centrale della British Telecom in disuso che avevano lentamente trasformato nella base operativa del loro collettivo. Dial House era una “casa aperta” che ha dato ospitalità e rifugio a chiunque ne avesse bisogno, pensa a Phil Free e alla sua famiglia, tre bambini piccoli, che erano rimasti improvvisamente senza casa. Il posto è North Weald, molto a nord di Londra, a qualche chilometro dalla fermata della metropolitana di Epping che è la più vicina. Tutt’attorno è campagna, e tutt’attorno a Dial House è stato fatto un bell’orto che ha sfamato a lungo sia loro che gli ospiti. Quando ho cominciato a frequentarla, Dial House era organizzata in spazi privati, ciascun gruppo familiare occupava una o più stanze, e spazi comuni come la cucina e un bel bagno con la vasca e una vetrata che dava sul bosco. C’era una stanza dove si poteva leggere e ascoltare musica, un sacco di libri e dischi, non vorrei ricordare male ma non ho mai notato a Dial House un televisore acceso.

Un aspetto che mi ha sempre colpito dei Crass è il lavoro grafico nelle loro opere, sia che fossero dischi o volantini, tant’è vero che sono immediatamente riconoscibili e il tuo libro lo ben documenta.

Alcuni di loro sono davvero eccezionalmente sensibili e dotati. Gee Vaucher è una pittrice di talento, prima delle copertine degli album dei Crass aveva fatto l’illustratrice per Rolling Stone ed il New York Magazine. Dave King, che ha progettato il logo dei Crass, è un grafico professionista e si è trasferito da tempo in California dove fa il progettista di spazi verdi. Nel 1978 Dave aveva sovrapposto la croce ed il simbolo di divieto per la copertina di “Life amongst the little people”, un libretto che raccoglieva alcuni testi di Penny pubblicato poco prima di “The feeding of the 5,000”. Penso che non avrebbe mai e poi mai immaginato che quel logo serigrafato a mano entro pochi anni sarebbe arrivato ovunque. Anche Penny proviene dalla scuola d’arte, lui e Gee e John Loder avevano cominciato a collaborare anni prima dei Crass, quando avevano messo in piedi Exit, una specie di collettivo teatrale. Nel libro avevo riprodotto vari ritagli di copertine di dischi, cassette e fanzine punk anarchiche dei primi anni Ottanta, non solo materiale dei Crass.

Rileggendo i testi dei Crass, trovi che siano datati? Esattamente come lavoravano ad un album, inteso come opera completa (testi, musica, inserti e copertina)?

I Crass hanno scritto canzoni d’amore per la vita, per la pace, per la fratellanza, per la condivisione. In tutte le loro canzoni rivendicano la possibilità di amare e di essere se stessi, liberamente. E proprio a causa delle loro canzoni sono stati emarginati da ogni circuito musicale, boicottati e picchiati, accusati di collusioni col terrorismo, insultati e trascinati in tribunale per blasfemia, processati per oscenità, condannati per vendita di materiale pornografico e costretti al silenzio. A me i loro testi non sembrano affatto datati. Testi che esprimono amore, protesta, stanchezza, disperazione, rifiuto, alienazione, desiderio, utopia, sogni, necessità… non mi sembrano roba vecchia. Anzi, alcuni sono di una lucidità impressionante e sembrano fatti apposta per raccontare quello che succede oggi. Piuttosto, trovo non sia cambiato granché da allora: abbiamo un governo di merda, disoccupazione, precarietà, povertà, repressione. Siamo addirittura meno liberi, incombe tuttora la minaccia nucleare, abbiamo avuto una vera guerra a pochi chilometri da casa e ce ne sono cento altre sparse ovunque. Rispetto ai ventenni di allora oggi c’è un approccio diverso alle problematiche sociali e politiche, specialmente dopo che a Genova nel luglio 2001 la sete di liberazione è stata spenta a manganellate. Il governo e la polizia hanno cercato di seppellire con Carlo Giuliani la nostra speranza di cambiare il mondo, quindi i problemi sono sostanzialmente gli stessi se non più gravi. Per quel che ho visto io, il lavoro complessivo dei Crass era un bel gioco di squadra, c’era un buon bilanciamento tra le tendenze dei più impulsivi e quelle dei più riflessivi. Li ho visti e sentiti suonare dal vivo, erano riusciti a trasformare in pregi le loro deficienze tecniche nel senso che sul palco sembravano davvero incazzati e disperati e alzavano un muro di suono impressionante. Questo è secondo me una prova che la musica non era che un pretesto, il gioco era di ben altro spessore. Nel gruppo solo Pete e Phil sapevano suonare decentemente uno strumento, Eve Libertine aveva un po’ studiato canto ma gli altri niente. Andy non sapeva neanche fare degli accordi ed usava la sua chitarra elettrica come una specie di macchina da rumore, Penny ha un fraseggio ripetitivo e piuttosto elementare. Nessuno aveva qualche esperienza o una formazione musicale per cui i testi, scritti da uno o da un altro, poggiavano su invenzioni in sala prove che venivano progressivamente elaborate. So che parlavano e discutevano tantissimo, e che questo continuo confronto a volte li ha rallentati: durante la guerra delle Falklands erano caduti in una profonda crisi, si ritrovavano a scrivere, cantare e parlare senza riuscire a fare qualcosa di concreto contro la morte. Era frustrante, le discussioni sembravano tempo sprecato.

E’ stato difficile l’opera di traduzione? Hai qualche aspetto o curiosità che ti colpì particolarmente?

La mia conoscenza dell’inglese allora era discreta: avevo studiato un inglese tecnico alle scuole superiori e sostenuto solo un esame all’università, ma avevo fatto tanto laboratorio di inglese parlato quindi capivo piuttosto bene quando mi parlavano e avevo pure imparato tanti vocaboli ed espressioni. Penso che sia stata la mia curiosità ad andare più a fondo di quei testi che mi ha fatto impegnare. Purtroppo non ce l’ho fatta a continuare l’università, avrei tanto voluto fare il traduttore, invece sono riuscito soltanto a studiare per conto mio, leggendo tanto e cercando di fare quanta più pratica possibile. Allora mi aveva molto colpito la differenza del nostro stile colloquiale: nel loro paese i testi dei Crass facevano scandalo, praticamente in ogni canzone ci scappavano uno o più “fuck”, parolacce che a me, che sono cresciuto in un quartiere operaio di periferia e sono abituato a sentire e profferire rosari di bestemmie, non hanno fatto mai effetto.

Il libro è ormai esaurito da tempo, quale fu la tiratura? Ne sei soddisfatto? E se qualcuno volesse leggerlo? (credo che si possa dire sia praticamente presente nel sito)

I soldi che ero riuscito a raccogliere mi avevano permesso di stampare e rilegare solo milleduecento copie del libro. I Crass non solo non avevano preteso un soldo ma mi avevano fatto avere tramite Jumpy dei Raf Punk, che era la loro base italiana, altrettante copie del loro flexi “Ribal tribal rebel revels” che gli erano avanzate, così ne ho infilata una in ogni libro. Non è stato difficile diffonderlo anche perché costava quattromila lire, allora era proprio una miseria, quello che è stato difficile è stato il rapporto con quei diffusori cosiddetti alternativi, indipendenti, punk e anarchici di Milano, Torino, Venezia, Bologna etc. che hanno venduto in fretta tutte le centinaia di copie che avevano preso senza però pagarle né offrire del materiale in cambio come avevano promesso. Non credo proprio che quei libri siano serviti a finanziare delle attività sovversive, sono convinto che i soldi siano finiti nelle stesse tasche di sempre. La soddisfazione comunque c’è stata e c’è, anche se le traduzioni sono quello che sono, anche se la carta è povera, anche se erano solo un migliaio di copie. Per me è stato un importante punto di partenza: è stato proprio discutendo a Dial House della disonestà dei distributori del cosiddetto circuito alternativo italiano che sono stato spinto ad adottare quella che da allora è la mia filosofia commerciale, cioè tutti i dischi, cassette, cd, libretti che ho prodotto da allora sono stati resi disponibili soltanto in cambio di una sottoscrizione a favore di A/Rivista Anarchica. Potrà sembrare una battuta spiritosa, ma ho cominciato a vendere materiale quando ho deciso di non metterlo in vendita. Come dici tu, sulle pagine web di stella*nera dedicate ai Crass ci sono alcune traduzioni dei testi, queste però sono fatte bene, leggibili e scaricabili gratuitamente. Il libro non è mai stato ristampato, al tempo s’era valutata l’opportunità di rimetterlo in circolazione con Marcello Baraghini di Stampa Alternativa, c’era l’idea di fare insieme anche un libro sui Throbbing Gristle ma ho lasciato perdere. Ricordo che dopo un bel po’ di lettere avrei dovuto incontrare di persona Genesis P-Orridge a Torino al concerto degli Psychic TV al Big Club. Lui ha però ritardato, ha rimandato il nostro incontro a dopo la conferenza stampa dove da una parte c’erano tutti i peggiori scribacchini dell’epoca e dall’altra due perfetti idioti che pubblicizzavano un elettrostimolatore: a sentir loro, avrebbe guarito da ogni dipendenza di droga e di alcol. Così, in mezzo ai giornalisti, ho posto anch’io la mia domanda: gli ho chiesto se quell’apparecchietto avrebbe funzionato anche per la televisione. Loro, invece di rispondere, si sono offesi e hanno abbandonato la sala.

Un ultima curiosità, sei ancora in contatto con qualcuno di loro?

Sì, certo. Ho chiamato Southern il mese scorso per la faccenda del dvd di Steve Ignorant, ho tradotto una sua intervista per A/Rivista Anarchica che uscirà nel numero di aprile 2010. E poi, per dire, qualche giorno fa mi ha chiamato Pete Wright, stiamo vedendo di spedire mia figlia Marta a casa sua e da Martin Wilson (ex-Flux of Pink Indians) per un paio di settimane quest’estate. Marta frequenta il liceo linguistico, è cresciuta ascoltando le mie musiche orribili e… a lei piacerebbe fare la traduttrice.

8 commenti per Intervista a Marco Pandin autore di Crass ANOK4U

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