Eighty Blues 1 ovvero non si esce vivi dagli anni' 80

Non si esce vivi dagli anni' 80 Eighty BluesGli anni ’80 erano gli anni della mia adolescenza, quelli che mi hanno portato alla maggiore età. I primi amori, le corse in bicicletta perché mio padre: “… no, il motorino no!” e dunque “via!” verso una certa autonomia di vita. C’erano i racconti di mio nonno Primo sui partigiani, sulla guerra e sui fascisti. C’erano due sistemi politici uno contro l’altro, fino alla caduta del muro di Berlino. E poi la corsa agli armamenti nucleari.
Negli anni ’80 tutto cambiava attorno a me.
Nuove passioni nascevano o si sviluppavano: il cinema, i fumetti di Hugo Pratt, di Enki Bilal e di Andrea Pazienza e poi la musica. Si, tanta musica.
Mettere da parte le “mancette” o lavorare in estate per poi andare in treno a Padova nei negozi di dischi, come la Crash Records e poi scambiarsi i vinili con qualche amico per farsi i “nastrini”. Il primo viaggio a Londra con mio fratello.
No, niente nostalgia perché un po’ si cambia ma sono sicuro dagli anni ’80 ho imparato a crescere e in un certo andare modo avanti.

E per Voi, amici musicisti, fanzinari e/o blogger?

 

Carlo “Charlie” Albertoli, fanzinaro.

Io si’, per fortuna e per scelta.

Vittore Baroni, mailartist e critico musicale.

Pur con le migliori intenzioni, nel guardarsi alle spalle c’è sempre il rischio di scivolare nella nostalgia e nella idealizzazione del “come eravamo”. Quanti libri, seriosi o patinati, accademici o raffazzonati, stupendi o inutili, sono stati prodotti negli ultimi anni per ricostruire i mirabili eventi delle controculture beat-hippie-punk? Non è più eccitante esplorare quanto succede intorno a noi qui e ora, o inventarsi un’esplosione di creatività per il 2014? Qualche passo indietro, per meglio contestualizzare i ricordi, spero non troppo appiccicosi. Forse ero un tantino precoce, ma anche a me Beatles, Stones e ogni altro suono non allineato all’asse San Remo-Canzonissima, captato via radio o tv, ha davvero aperto il cervello tra il ’66 e il ’69, nella fase più delicata e critica dell’adolescenza, quando ricevi gli imprinting che ti accompagneranno fino alla tomba. Racimolavo in fondo ai cassetti ogni minimo spicciolo per mettere insieme la somma necessaria a comprare un nuovo disco. A tredici anni ero già un piccolo tossicodipendente del rock.
Per oltre trent’anni la mia “militanza” giornalistica si è manifestata con la partecipazione, a titolo manco a dirlo perlopiù del tutto volontaristico e gratuito, ad una sterminata serie di riviste, fanzine, audiozine, cataloghi e pubblicazioni effimere di ogni tipo. La mia piuttosto atipica longevità sul campo – solitamente dopo gli eccessi giovanili si mette “la testa a posto” e si volta pagina – mi ha permesso di attraversare indenne, da una posizione forzatamente provinciale e defilata (Viareggio e la Costa Ovest toscana), diverse stagioni controculturali, percependo in realtà un forte senso di continuità sotterraneo tra esperienze all’apparenza contrapposte, com’erano all’inizio hippies e punk. Dalla Beat Generation alla “cultura industriale” che nei primi Ottanta ha ben presagito l’apocalittico cul de sac in cui l’umanità del terzo millennio si stava docilmente incanalando, dai circuiti aperti di Fluxus e della Mail Art alle prime reti antagoniste Cyber-punk, giudicando dal mio particolare osservatorio – che implica contatti costanti con centinaia di artisti, musicisti, scrittori sparsi per il pianeta – ho sempre rintracciato nelle diverse stagioni delle subculture non allineate un filo rosso continuo, una comune tensione utopica e antiautoritaria, non scalfita neppure dalle azioni delle frange più violente e deviate. Ricordo giusto qualche testata alla rinfusa, tra quelle a cui ho collaborato negli anni: Punk Artist, Pushe 27, Nero, Decoder, Amen, Snowdonia, Vinile, RockZero, Indie, Urlo, Lost Trails, Magic Fuzz, Tracce, Free, Komakino, Rockgarage, Fermenti d’Avanguardia, Sonora, Neural.
Al di là dei biechi revisionismi e delle schematiche generalizzazioni di chi ragiona per etichette e per “decenni”, al di là dei falsi profeti voltagabbana (alla Jerry Rubin, se ne scopre uno tutti i giorni) e dei fondamentalisti per professione, personalmente ritengo che la tradizione più profonda, sciamanica, libertaria e pacifista delle controculture affondi le sue radici in secoli molto lontani e sia tuttora vitale, in fermentazione in forme che la società dello spettacolo non può (fortunatamente) ancora percepire-concepire e trasformare in cibo mediatico da reality show. Se stringo il mio modem adsl e intono “ohm sweet ohm” e rovescio gli occhi all’indietro per qualche nanosecondo riesco a sentire le pulsazioni di milioni di sinapsi digitali, come un’immensa creatura che si sta formando kb dopo kb.
Ho un figlio della stessa età, quattordici anni, che avevo io all’inizio dei Settanta. Per lui il 1968 e il 1977 sono date come tante altre, non fanno suonare campanelli, non accendono luci colorate, non risvegliano elettrizzanti pulsioni. Computer, blog, Internet sul cellulare, social network e peer to peer, sono tutti strumenti fantastici (paragonati a macchina da scrivere, ciclostile e fotocopiatrice) ed è inevitabile che da queste nuove modalità di condivisione dei saperi continuino a scaturire inediti movimenti artistico-comunitari, nuovi progetti sociali, suoni e forme di aggregazione mai viste. Sempre che chi utilizza queste tecnologie non abbia irrimediabilmente perduto la capacità di sognare.

Antonio “Tony Face” Bacciocchi, musicista, Not Moving.

Not Moving copertina cdSpesso gli anni 80 vengono visti, puntualmente come ogni cosa del passato, come un’ epoca felice, creativa, propulsiva, contrapposta ad una situazione attuale statica. Personalmente non ho mai considerato quegli anni migliori o peggiori ma semplicemente DIVERSI. Qualche anno prima avevo scoperto e aderito all’etica, estetica e filosofia, MOD, parallelamente al PUNK che finalmente arrivò anche in Italia a cambiare drasticamente la direzione della contro cultura, avvinghiata a concetti politici ed ideologici retaggio di quegli anni ’70 di cui tanto si è parlato (e che non è il caso di rispolverare) ormai obsoleti.
Il punk con i CHELSEA HOTEL prima (dai Clash all’hardcore più estremo con tocchi inediti per i tempi di metal), di nuovo punk subito dopo con i NOT MOVING (1981). Un punk contaminatissimo da blues, psichedelia, surf, 70’s. Intorno una scena che cresceva, esplodeva, si diramava in mille rivoli artistici e ideologici. I primi centri sociali occupati, le autoproduzioni, le prime etichette indipendenti, le fanzines e tanto altro. Soprattutto l’energia, la vitalità adolescenziale, giovanile, di migliaia di giovani che rifiutarono un cammino omologato e prestabilito dal “sistema” o la seduzione dell’eroina, diffusissima all’epoca e che cancellò fisicamente e psicologicamente una buona fetta della nostra generazione.
Nessuna nostalgia per quegli anni. Perché vissuti intensamente in ogni secondo, bruciando tutto quello che c’era da bruciare. Nessuna voglia di guardarsi indietro. La nostra parte, giusta o sbagliata che fosse, l’abbiamo fatta, in prima linea. Quanto sia stato utile non è problema che mi riguarda. L’ho fatto per me e per chi era con me ai tempi. Rimangono i fatti, tanti fatti, tante cose, dischi, concerti, fanzines, facce, pezzi di vita. Bello esserci stato. Guardiamo avanti.

Giampiero Bigazzi, musicista e produttore.

Il fatto è che ogni volta mi stupisce l’aver partecipato a un periodo così vitale per la musica popolare italiana. … Gli Anni Ottanta… il “nuovo” rock italiano… quanti “nuovi” emergono periodicamente. Tutti a correre per la definizione più fascinosa, per poi attestarsi sulla più confortevole: “nuovo”. C’era stato anche il “nuovo” rock della prima metà degli anni Settanta, in effetti diverso da quello del periodo beat. Ma questo qui, quello che nacque sull’onda del punk inglese e della new wave americana era “veramente” nuovo. Perché il punk era stato una rivoluzione reale, aveva cambiato l’idea del fare musica. Una rivoluzione democratica perché aveva permesso a tutti di suonare. E democratica era stata anche la possibilità di accedere all’elettronica, ai suoni e ai ritmi sintetici e poi a quelli digitali. Una nuova ventata “incolta” e orizzontale di organizzare i suoni, mescolando il popolare (e le schegge di rock’n’ roll sempre presenti) con la sperimentazione più d’avanguardia. … Gli anni Ottanta si ricordano sempre con piacere. Bel periodo, anche per noi. Adesso sono qui, sempre curioso, a cercare di capire cosa mi sta riservando il decennio in corso. Gli anni di oggi e quelli avvenire.

Bruno Casini, scrittore rock.

La new wave fiorentina degli anni’ 80, più passa il tempo, più diventa conosciuta, più passa il tempo più ragazzi molto giovani mi scrivono per sapere e conoscere tutto quello che succedeva in quegli anni fosforescenti. Pankow, Diaframma, Litfiba, Rinf, Alexander Robotnick, Neon, ci sono ancora, grande resistenza, grande movimento, grande energia, grande sogno. Gli anni’ 80 a Firenze, per me, non sono mai finiti, tuttora vedo musicisti, artisti, che continuano il loro percorso, il loro progetto, la loro dimensione. Negli anni’ 80 a Firenze si poteva imbattersi nella mostra mercato dell’Independent Music Meeting, mostra mercato dedicata alle etichette italiane e straniere, un grande momento di incontro, di confonto, di sintonia musicale.Vi siete mai posta la domanda perchè a Firenze arrivavano musicisti, artisti, scrittori e ci rimanevano per lunghissimo tempo,voglio ricordare David Byrne, Steve Piccolo dei Lounge Lizards, Adi Newton, Steven Brown dei Tuxedomoon, Pier Vittorio Tondelli, Fernanda Pivano, David Leawitt, Vivienne Westwood, Leight Bowery.
Dagli anni’ 80 non si esce, per me gli anni’ 80 mi sono rimasti dentro e fuori, sono rimasti nella mia testa, nel mio cuore. Non è “amarcord”, non mi piacciono i ricordi, gli anni’ 80 sono pura energia creativa …. che difficilmente si esaurisce!!! E poi sono gli anni più belli della mia vita …… il concerto dei Clash allo Stadio, i Killing Joke al Tenax di Firenze, Mark Almond, Controradio, Soul Hunter, il Pitti Trend, gli Psichelic Furs in giro per Firenze, i Virgin Prunes, la Rokkoteca Brighton a Settignano, il primo concerto dei Litfiba, i Kraftwerk in concerto al Teatro Apollo, i Death in June ………

 

Paolo Cesaretti, Designer

Temo che la frase giusta sia: “Non si esce vivi dal mito degli anni Ottanta”. Cosa caratterizza maggiormente quel periodo? Forse una questione di densità temporale. L’essere seminale in proiezione e rifondativo rispetto al passato. Un’ampia prospettiva futura vs il nostro attuale presente continuo. O forse è una questione spaziale, là dove l’energia di anime affini si concentrava in scene, reali territori perimetrati, oggi si polverizza e diffonde attraverso la rete.
Il mito è alimentato dal ricordo, con tutti i pericoli che uno strumento così selettivo comporta. O dal desiderio di un altrove mai esistito. Il presente è parzialmente orfano di realtà: materia, sudore, fisicità, contatto. Il mito forse si alimenta di quella preziosa sostanza.

Depressionecaspica, blogger

Io dagli anni ’80 sono uscito vivissimo (i guai sono arrivati dopo).

Desbela, blogger

Non si esce dagli anni ’80? L’allungamento della vita media, l’aumento dell’età pensionabile, la sanità pubblica ci regalano recuperi continui di rockstar d’epoca pronte per il palco che … sì, hanno un po’ il gusto della roba che è stata in frigorifero, ma … ooops! Sugli scaffali degli ultimi arrivi non c’è  quella gran scelta …

Marco Formaioni, fanzinaro

Fortunatamente ne sono uscito vivo e più vegeto che mai. Penso di aver avuto l’opportunità di entrarci preparato, con un bagaglio culturale, sociale e di battaglie civili spesso e vissuto in prima persona. La mente aperta ad ogni nuovo stimolo, ma attenta a vagliare e criticare il criticabile. Certamente se mi fossi rassegnato o appiattito, ad esempio, sulla ricerca di una sistemazione sentimentale e lavorativa abbrutente e snervante, forse non ne sarei uscito vivo. Ma sono riuscito a costruirmi un rapporto con la mia donna molto solido e forte (sposato nell’84 – e ancora stiamo insieme – e il primo figlio nell’ 87 – altre 2 nel’ 91), inoltre, dopo una partenza sbagliata ma utile di lavoro in fabbrica, ho corretto la linea aprendo uno studio di grafica editoriale. Ecco come sono uscito vivo dagli anni’ 80, pronto a recepire stimoli culturali da riversare nella mia attività e all’interno della vita. Fondamentalmente è utile per uscire vivi da qualunque situazione essere pronti ad affrontarla. E come dice Steve McQueen alla fine di “Papillon”: «Sono ancora vivo!».

Stefano Giaccone, Franti

1980: l’Italia e’, dopo l’Unione Sovietica, il Paese con piu’ prigioneri politici al Mondo.
Ai cortei, sempre meno persone e la Polizia si avvicina sempre di piu’. Solo sei mesi fa, li vedevi laggiu’, oltre l’incrocio. Lo potevi vedere dai loro gesti, dal nervosismo, dalla paura: ci contavano, alla buona, a peso. Ed eravamo sempre 5 noi per 1 di loro. Five to one baby, one to five…. La leggenda dice che Jim Morrison in quella canzone citasse una cosa letta in giro, su una rivista: per ogni sbirro c’erano 5 studenti, 5 giovani. Leggenda, probabilmente: al mio quartiere, un cinque contro uno, voleva dire ben altro…
Jim lo avremmo portato con noi nel decennio che si apriva, ma faceva troppo freddo. Un freddo che poteva ucciderti, the Ice Age, come cantava Ian Curtis. Il primo era morto di whiskey e LSD, l’altro si era appeso a una corda. Diventammo grandi, adulti nel 1980. Io personalmente smisi ogni militanza politica: che, comunque, anche nei ’70, la mia di militanza, era quasi solo fatta di chitarre e sassofoni. E discussioni, parlarsi, scavarsi ogni pensiero. Ecco una cosa che ci siamo portati appresso, quelli di Franti, voglio dire. Avevamo pensato che il mondo si potesse, si dovesse cambiare e lo credevamo ancora nel 1982, quando ci incontrammo nel mondo ignoto del “riflusso”, degli yuppie, di Craxi e Reagan. Detta cosi’, sembra che tutta la mia vita sia stata segnata dalla storia, dalla lotta politica, dai corsi e ricorsi, dalle battaglie civili e dai massacri incivili. Il fatto e’ che e’ stato proprio cosi’. E lo e’ anche ora ma, incominciando proprio da allora, negli ’80, moltissimi ascoltano la sirena della fabbrica, la campana della scuola, il fischietto del vigile, il jingle della televisione e tornano a più miti consigli. Come dire, salvo il mio culo e lo butto nel culo a tutti quanti gli altri. Perché nasconderlo?
Moltissimi, ma non tutti. Quando nell ’83 o ’84 Franti incomincia a sputare in giro, troviamo chi colpire. Ma soprattutto troviamo un mondo di compagni, fratelli, punx. Abbiamo trovato un futuro proprio quando non ne volevamo più ne’ sognare ne’ averne uno. No dreams no future. I sogni si sono poi tagliati le vene e le arterie, correndo dentro una vetrina, come la Rachel di Blade Runner. E il futuro è diventato (anche) una immensa distesa di revival, decennali, ventennali, Alpini ubriachi che si scambiano fotografie di trincee mai esistite. Compra, consuma e…compra di nuovo, adesso e’ su CD, Blue Ray, HD, 3D.
1980, la militanza diminuiva e si allungava il tempo del bar, che a Torino si chiamavano “piole”. Franti viene, anche, da lì. 1990: mi chiudo la porta alle spalle, su un alloggio di periferia. Sul campanello il mio cognome e quello della mia compagna. Franti aveva cambiato nome e voce, ma non si era fermato. Io davanti avevo già un mare impervio e spesso solitario. Comunque un mare pieno di vento, sole, isole, musica, futuro. E così tutti noi, suonatori e meno suonatori, reduci di quei dieci anni. Senza aggettivi.
Senza essere di moda, allineati, ben educati, laureati, ammaestrati, Sanremizzati. Senza sperare che una canzone punkrock possa durare piu’ di tre minuti. O quattro.

Carlo Casale, Frigidaire Tango

La cosa più bella degli anni ottanta è stata la loro fine.
Un decennio sterile, socialmente e musicalmente, che succede agli anni settanta e a tutta la loro debordante creatività. Il parallelo con i sessanta è appropriato per un certo senso di opulenza che pervadeva e si perdeva nelle persone comuni ma anche per il ripescaggio di musiche e moda tipicamente sixties. In senso strettamente musicale ciò che viene catalogato come “Post Punk” o in senso più allargato come “New Wave” e comunemente considerato come uno dei periodi artisticamente pìù interessanti del secolo scorso,viene erroneamente attribuito agli anni ottanta, in realtà i migliori dischi e le migliori band nascono tra il 77/80, di fatto dunque in periodi con un presente così vuoto ti si da la possibilità di guardare indietro e aumentare il tuo background, i gruppi migliori del periodo attingono a piene mani dal passato , dai Cramps ai Violent Femmes a tutta la scena Beat/garage di Fleshtones e Fuzztones. “Eravamo incuriositi da tutto quel riflusso dei Sixties che aveva preso il posto del “Nulla” che stava accadendo e non avendo vissuto coscientemente quegli anni ci sembrava tutta una novità, Da Elvis ai Sonics.” [auto cit.]. Dunque alla nostra generazione mancava il punto di partenza di questo miracolo chiamato rock’n’roll, ancora troppo giovani nei mitici anni sessanta per assorbire in pieno le vibrazioni di quel big bang e il rinnovamento di quel sound colmerà un vuoto che durerà finchè Kurt Cobain ,Anthony Kiedis, Frank Black e Manu Chao non formeranno le loro band.
Eppure i presupposti erano diversi, il punk rock aveva cancellato qualsiasi residuo dell’ormai agonizzante scena progressive e contrastava frontalmente l’avvento della disco music,avevamo la sensazione che fosse finita un’ epoca, un reset generale che ti dava una spinta incredibile a inventare perchè quella era la priorità assoluta, non c’erano clichè da riproporre se non l’influenza dei tuoi contemporanei e tutto dava origine per forza di cose a un dilagare di creatività e anticonformismo, una rivoluzione silente di musica e stile della quale, grazie al cielo, eravamo a cavallo’.
L’euforia per la vittoria dei mondiali dell’ 82 con l’arrivo in contemporanea degli Stones in Italia è forse l’apice di un quinquennio indimenticabile ma da questo momento gli effimeri anniottanta entrano nel vivo,un’orizzonte che apriva le porte al consumismo sfrenato, il pil saliva mentre il debito pubblico si allargava a dismisura, il cambiamento ideologico di cultura e costume fu impressionante e l’avvento delle “spalline finte” applicate a qualsiasi capo d’abbigliamento ben rappresentava tutta la falsificazione del proprio modo di apparire e di questo modello culturale di cui ancora oggi siamo schiavi…..dal caso specifico “non ne siamo usciti vivi”.

Max Caselli, Go Flamingo!

Come si fa ad uscire vivi dagli anni ’80?
Dopo aver ascoltato il riff di Gloria (The Edge), dopo aver ammirato Roy Batty/Rutger Hauer il replicante di Blade Runner (lunga vita a Phil K. Dick), dopo essere stati Campioni del mondo in Spagna ’82, dopo essersi innamorati di Ellen Ripley/Sigourney Weaver in Alien, dopo i Joy Division e basta dopo Morrissey, The Smiths e What difference does it make? dopo The Sound e basta dopo aver desiderato salire sul bus dei Police nel primo tour in America dopo Paul Weller e le sue Rickenbacker? Noi ci siamo riusciti continuando a suonare per 30 anni, ascoltando e guardando tutto quello che è venuto dopo, senza preoccuparci troppo di fare dei confronti e senza staccare mai la spina.
“Dopo” significa Johnny Cash che canta i Depeche Mode, Campioni del mondo nel 2006, Cinematics vs Interpol vs Editors, ancora altri film ispirati a Dick, Massive Attack e The Prodigy (perché no?), The Cult ancora in tour, Filter che cantano ZZ Top, Gang of Four da David Letterman 2/8/2011, Diaframma e Go Flamingo! dal vivo insieme nel 2007, Neon e Go Flamingo! dal vivo insieme nel 2010, Moonlight Festival estate 2011.
Salire sul palco non sarà l’elisir di lunga vita ma … ci va molto vicino.

Alessandro Limonta, chitarrista, fanzinaro e blogger.

1986. Ci siamo passati tutti, e per chi al momento era coinvolto in prima persona in qualcosa (musica, gruppi, locali, fanzine) è stato un punto di non ritorno. […] Nel suo piccolo, VM muore quell’anno, insieme a tante cose molto più grandi e importanti. I Weimar Gesang, ad esempio, non sopravvivono a lungo oltre quell’anno: all’improvviso non solo la moda era cambiata, ma si faceva direttamente a gara a chi parlava peggio di quello che solo sei mesi prima veniva incensato. Vero Rockerilla? Vero Claudio Sorge? […] Io personalmente ne sono uscito (musicalmente parlando) a forza di chitarre in feedback …

Angelo di LoveHate80.it

Oggi sembra che tutto ciò che sia successo di serio nel mondo della musica risalga ormai a 30 anni fa… che quel che più ci riguarda e coinvolge abbia innegabilmente un piede negli 80… che gli 80 ci abbiano intaccati nell’animo e nel corpo (anche se personalmente i 90 non sono stati una passeggiata, ma forse è ancora presto per dirlo)… che tutto il resto sia piattume, revival e tristezza. Uscire vivi dagli anni 80… ma ne siamo veramente usciti?

Giorgio di LoveHate80.it

Durante gli anni ’80 ho sempre pensato che stessi vivendo in un periodo di merda, per tutto quello che mi circondava: scuola, famiglia, città, droga, politica, società e anche buona parte della musica propinata attraverso i canali commerciali. Però, proprio grazie a quella merda, sono emerso con una forte volontà e consapevolezza di voler costruire attorno alla musica punk hardcore la mia vita. Così ho stretto tante amicizie con i miei “simili” in tutta Italia e tuttora con molti di loro sono ancora in contatto. Ora nel 2012 se riguardo quegli anni, dico senza ombra di dubbio che quel decennio seppur di merda è stato il migliore degli ultimi passati e ne sono venuto fuori alla grande!!! Lo spirito continua!!!

Rob di LoveHate80.it.

Non si esce vivi dagli anni 80? Stronzate. Corre l’anno 2012, magari sorridiamo di meno e abbiamo qualche cicatrice in più, come diceva qualcuno, ma siamo ancora su questo pianeta agonizzante. Certo, alcuni amici ci hanno lasciato all’improvviso (a volte neanche tanto all’improvviso…), ma la vita è fatta anche di questo. In principio fu la musica a darci una scossa e da lì in poi è stata un’escalation di esperienze, emozioni, scambi e amicizie vere che durano ancora oggi. Sicuramente allora se volevi una cosa dovevi faticare per ottenerla, c’era da inventarsi tutto giorno per giorno e bisognava essere molto determinati. Era una merda. O forse no.

Lucien, blogger

Musicalmente gli anni ’80 iniziarono col botto grazie a quel capolavoro che è Remain in Light. Un disco che ha modificato il mio modo di pensare alla musica. Pieni di entusiasmo, sull’onda delle esperienze bolognesi e dei suoni provenienti da oltre manica, fondammo un gruppo col nome di Reverse. Sicuramente uno dei primi a nascere in Romagna sul genere new wave.
Oltre ai Talking Heads, in quegli anni iniziammo ad ascoltare A Certain Ratio, Pop Group e altri gruppi che contaminavano le sonorità post-punk con la musica nera, evolvendo verso una sorta di wave-funk radicalmente alternativa alla disco; un’estetica musicale non facilmente definibile che cominciò ben presto ad avere i suoi locali di riferimento (Aleph a Gabicce Mare, Slego a Rimini, Tenax a Firenze). Cercavamo di seguire quella linea, introducendo anche idee nostre e soprattutto niente cover o copie carbone. Un progetto di breve durata, poi proseguito sotto altre forme con una parte del gruppo iniziale. Un esempio più riuscito del nostro su questo fronte fu quello dei Surprize, fantastico gruppo bolognese non molto conosciuto, ma che fu notato dalla mitica Factory.

Monica Mazzoli, blogger

Gli anni ottanta sono una scoperta continua, la passione per una decade passata non è un banale attaccamento a ciò che è vecchio, la nostalgia la lascerei agli antiquari. Da parte mia c’è solo una viva  passione, scovare le tracce del passato nel presente, capire che gli anni ottanta non sono mai morti, forse è il presente ad essere moribondo perché non riesce a evolversi, ma solo a devolversi come cantavano i Devo in modo profetico. Trovo sempre più urgente la necessità di guardarsi alle spalle per trovare l’energia di un nuovo slancio.

Gabri di Pallide Stragi

… negli anni’ 80 giocavo con i Lego.

Maurizio Pustianaz, musicista e giornalista musicale alternativo

Gli anni 80 per il mio vissuto come persona, come musicista e “giornalista” sono stati fondamentali. Soprattutto la prima metà di quella decade. La frase che mi hai chiesto di commentare secondo me ha due risposte contrapposte, che dipendono dall’aspetto che viene esaminato.
Se parliamo dell’aspetto politico e culturale, la mia risposta è: “no, non siamo usciti vivi dagli anni’ 80“. Te ne spiego il motivo. Gli anni’ 80 sono gli anni di Reagan e della Thatcher. Del rampantismo e della perdita di morale. “Business is business” e questo giustificava il fatto di potere calpestare i diritti di tutti. Negli anni questo ha portato addirittura a giustificare personaggi come Craxi e la politica maneggiona che ci ha affossato e che ha confermato il nostro paese come il paese di Pulcinella, fatto sì da gente generosa e geniale, ma anche e soprattutto da pecoroni e furboni.
Musicalmente in Italia gli anni’ 80 sono stati iper creativi e, anche se i mezzi erano pochi, c’è stata un esplosione di creatività non da poco. Il punk da noi arrivò qualche anno dopo e non era neanche facile potere sentire i dischi di gruppi inglesi o americani. Quando ero piccolo, negli anni’ 70, l’unica fonte di suoni alternativi erano le trasmissioni radiofoniche tipo “Per voi giovani” o “Popoff“. Queste non le scoprii da solo. Le conobbi grazie a mio fratello Marco, di otto anni più vecchio di me. Sempre grazie a lui ed al fatto che all’inizio degli anni’ 80 andò a lavorare in Inghilterra come professore di Italiano, io potei accedere direttamente a gruppi che qui in Italia erano meno conosciuti. Diciamo che man mano che Marco portava a casa le cassette di gruppi tipo Killing Joke, Scritti Politti, Cure, io venni a conoscenza che quelle band erano anche trasmesse in radio. In questo modo scoprii le radio locali. A Torino le due più attive erano Radio Flash e Radio Torino Popolare. Grazie a personaggi come Alberto Campo e Renato Striglia (e la loro trasmissione Puzzle), le trasmissioni pomeridiane di Mixo e Gigi Restagno, le trasmissioni serali di Fabrizio Della Porta e Gilberto Maina (su Radio Torino Popolare, loro programmavano solo gruppi italiani in “Tracce“) più quella di Marco Farano e Marco Isnardi (i due erano fautori della trasmissione “Decoder” dove per la prima volta sentii gruppi come Club Moral, Vivenza ed affini) io conobbi la musica allora considerata “alternativa”. Grazie a questa ondata di suoni nuovi e creatività generale, io, che avevo alle spalle 5 anni di studi classici di pianoforte, mi misi a suonare ad orecchio i pezzi dei miei artisti preferiti. Japan con “Nightporter“, Teardrop Explodes con “Ouch Monkey” e Soft Cell con “Kitchen Sink Drama“, erano i pezzi che suonavo più spesso. Man mano, questo mi portò ad improvvisare al pianoforte pezzi miei ed influenzato anche dalle cose sperimentali trasmesse da Decoder, iniziai a creare un mio suono. Visto il mio amore per le sonorità oscure, quasi da colonna sonora per film horror, dopo una prima fase di scimmiottamento di Virgin Prunes e Psychic TV, iniziai a comporre suite al piano aggiungendo poi elaborazioni rumoristiche trattate ed incollate con l’aiuto di due registratori. Ogni tanto, grazie al fatto di avere avuto in prestito delle tastiere, potei sconfinare nell’elettronica, cosa che abbracciai nel 1995 quando ebbi i soldi per comprare la mia prima tastiera, una Yamaha SY77. Nel 1986, con il Poly 800 Korg registrai le basi per il mio concerto dal vivo tenuto a Nichelino, organizzato dai DsorDNE e coaudiovato sul palco da Marco Farano, il quale mi aiutò a creare una certa atmosfera grazie al progetto con il quale potei costruire una dream machine e grazie ad uno strana scatolina produci rumori che acquistò in Olanda e che suonò dal vivo. Questi sono gli inizi di Gerstein ed in quegli anni trovai come spiriti affini persone con le quali in qualche modo collaborai (come Paolo dei Sigillum S e Claudio degli Ain Soph) e con le quali negli anni rimasi in rapporti di amicizia. Inizialmente pensavo di scriverti anche come fosse più difficile creare qualcosa a causa della mancanza dell’informatica e dei metodi veloci per rimanere in contatto o per scambiare suoni ed idee con le persone e quanto oggi possa sembrare che quelle cose fossero più pure e sincere, però sembrerei un vecchio bacucco che non sa godere dell’oggi. Di sicuro le cose erano diverse, però negli anni la creatività e la bella musica non è morta. Gli anni’ 90 non è stata la decade che ho preferito, ma il tutto ha fatto in modo che la musica evolvesse e che ci fossero sempre stati suoni interessanti. Oggi l’unica pecca è che i mezzi per la creazione musicale sono a portata di tutti e che ognuno appena fa il suo primo pezzo pensa di avere fatto la cosa più figa del mondo. Questo può essere vero rispetto alle sue capacità compositive, però può non essere vero in senso assoluto. Questo, però, crea un effetto tsunami riguardo il numero di proposte disponibili rispetto a quelle effettivamente degne di nota. La pirateria fa il resto e toglie le finanze alle etichette ed ai gruppi che meriterebbero di venire conosciute in ogni angolo del globo terracqueo. Quindi, purtroppo, ci sono centinaia di uscite fantastiche che rimangono bloccate nel limbo. La stampa musicale alle volte non aiuta anche perché i distributori e le etichette, ovviamente, devono spingere i propri gruppi/prodotti. Questa è un’altra cosa negativa che abbiamo ereditato dagli anni 80: la musica vista come prodotto. Non voglio dire che sia stata una cosa esclusiva di quegli anni, anche perché negli anni’ 60 gli LP erano praticamente delle raccolte di singoli, però dopo gli anni’ 70 dove avevamo visto nascere il concetto di “concept album” eravamo tornati a concepire i dischi come prodotto da vendere. Oggi come oggi è altamente improbabile che una major faccia uscire un disco come “Ummagumma” dei Pink Floyd o qualcosa di estremo come “Metal machine music” di Lou Reed. Qui possiamo passare al discorso sulle fanzine. Nel 1985, con mio fratello Marco, ispirati dalle fanzine inglesi che portava a casa dai suoi viaggi (ricordo Grim Humor tra tutte) decidemmo di creare la nostra. Il nome non doveva rievocare nulla in generale, così, da qualche parte vidi una cartolina raffigurante il parco nazionale del Galles “Snowdonia” ed il nome fu bello che trovato. Un altro limite che volevamo oltrepassare era quello della lunghezza delle interviste. Volevamo dare al lettore l’impressione di trovarsi lì con noi a parlare con le band e per questo motivo non tagliammo nulla delle interviste fatte. Nel primo numero fa sfoggio una “breve” intervista di 18 pagine a Massimo Zamboni dei CCCP, più un report sulla scena Neo Zelandese esplorata da Marco, ancor prima che Rockerilla iniziasse a parlare di gruppi tipo Chills o Tall Dwarves. In parallelo a Snowdonia, visto che Marco non condivideva l’interesse per la crescente scena musicale rituale, io feci un’altra fanzina, chiamata Maelzel. Ne uscirono tre numeri con interviste a Coil, Giancarlo Toniutti, Tito Turbina Tastierista Futurista, Enrico Piva, Dead Relatives, Rosemary’s Baby, Thelema, etc. Snowdonia durò per sei numeri dopo di che mio fratello iniziò a collaborare con Marco Milanesio dei DsorDNE e Max Gatti della Bekko Bunsen. Da questo sodalizio nacque l’etichetta Hax. Io alla fine degli anni’ 80, interessato anche alla scena garage punk ed estimatore dei Tell Tale Hearts e Fuzztones, feci uscire due numeri di una fanzina dedicata a quei suoni chiamata Psycho Tales. Ne feci solo due numeri, perché in quegli anni il “revival” garage punk era già agli sgoccioli e stava già virando verso l’hard rock/stoner inspirato agli MC5/Stooges. Nella decade successiva collaborai brevemente con Rockerilla, con Urlo e con Punto Zero (foglio con allegata compilation in vinile curata dalla Toast Records). Dobbiamo aspettare la fine degli anni’ 90 per vedermi collaborare con Marc Urselli nella creazione di CHAIN D.L.K. Rivista della quale uscirono otto numeri (mi sembra) e che dall’inizio del nuovo secolo è presente su internet all’indirizzo www.chaindlk.com Posso, in chiusura dire che, musicalmente, sono sopravvissuto agli anni 80 e li ringrazio per tutte l’ispirazione che mi hanno dato e che continuano a darmi anche nei miei nuovi progetti musicali Noisebrigade e A New Life.

Vinile fanzine tutti i numeri 0 1 2 3 4Giacomo Spazio, inseguitore di sogni

Gli anni ’80, per me sono solo stati anni in cui ho sviluppato e proseguito le idee che ho appreso e praticato negli anni ’70. Poi sono arrivati i ’90 e finalmente il nuovo millennio. La musica per me è comunque rimasta un elemento costante nella mia vita. La seguo con passione e quando posso la faccio anche e se mi sento pronto la pubblico la mia musica. Sono favorevole a tutti gli imbastardimenti e credo che il suo valore sociale sia quello di interconnettere una moltitudine spuria di persone. Rock.it e il loro festival; Mi Ami ne sono la prova. Per quanto mi riguarda io sono sempre stato interessato a invadere territori liberi con le mie idee. A volte sono nate situazioni incredibili, altre totali fallimenti. Altre ancora amicizie che durano nel tempo. Questa è la vita … e fino a quando ne avrò la forza giocherò la mia partita cercando di creare situazioni condivisibili anche da altri. Forse profumo d’illusione, ma come dice un mio vecchio amico è sempre meglio che avere l’illusione di sentirsi profumati!

P.S.: Gli anni ’80 sono passati, non li hai sentiti andare via?
Ulteriori riferimenti: LimitedNoArt Gallery e WestBerlin Gallery

 

Grazie a tutti gli autori per il tempo dedicato.

12 commenti per Eighty Blues 1 ovvero non si esce vivi dagli anni’ 80

  • Non è che gli anni 80 fossero il massimo tempo nel quale vivere , ma c’era passione , passione per tutto ciò che veniva fatto nel bene e ahimè nel male , oggi si fanno cose , ma con poca passione , questo lo si vede spesso nel mondo del lavoro , dove in molti fanno un lavoro che non gli piace(e la frase è la solita : beato chi ha un lavoro) , una volta il falegname per fare un esempio a caso , aveva scelto di farlo perchè amava lavorare il legno , sentirne l’anima e il profumo , oggi il falegname fa quel lavoro perchè forse è l’unico che ha trovato .

    • Enri1968

      Caro Massi, per prima cosa grazie per avere letto il post dedicato agli anni’80, è una serie di ricerche e di interviste alla scena underground italiana.
      Sarebbe da riprenderla con altri protagonisti. Ho evitato un taglio nostalgico nei post.
      Sicuramente c’era molta passione e una voglia di fare per creare un qualcosa di nuovo e personale, magari non tutti i risultati riusciti però era una scena molto viva.
      Ciao! Complimenti sempre per il tuo blog.

  • PS…ci ho visto gli psychedelic furs , i neon , litfiba, gun club e everything but the girl e tuxedomoon ..c’ho visto anche dE Michelis 🙁 ahahahhahah ciao 🙂

  • e poi ci son stati Talk Talk , Stupid Set, e doveva suonarci anche John Foxx, rimandato la sera dopo al teatro Apollo se non ricordo male , con i Neon….e poi a Firenze c’era Contempo Records d …bellissimo post …non possono morire gli anni 80 dopo i 60 son stati l’ultimmo decennio dove è avvenuta una vera rivoluzione che va dall’abbigliamento all’arte…W gli anni 80..quegli 80 li intendo non quelli di Sandy Marton 😀 ..ciao

  • federico

    come mi mancano come mi man ca no
    vissuti a bologna e forse è questa la ragione sembrava esplodesse tutto, ogni giorno cose case gente concerti ancora non avevo coscienza di tutto ma prendevo quel che potevo sbarbo sempre in giro ai concerti case occupate qui e la.. poi amsterdam, berlino, londra.. pensare che nell’86 era un po’ tutto finito e ho inziato a suonare garage punk

  • La Zattera N° 32 – È ora di fare piazza pulita - La Zattera

    […] Eighty Blues ovvero non si esce vivi dagli anni’ 80 […]

  • Veramente interessante! Complmenti

  • Paolo Cesaretti: la densità temporale, sono d’accordo.
    Gli anni ’80 sono stati anche per me densissimi di cose: nel 1980 ho comprato il mio primo disco dei Doors, nel 1981 il mio primo Rockerilla, nel 1982 il mio primo numero di Free, nel 1983 ho cominciato a scrivere per alcune fanzine e nel 1984 ho pubblicato il primo numero di VM. Lì in mezzo sono successe così tante cose che a ripensarci mi sembra impossibile siano passati solo 4 anni.
    Però non credo che la densità fosse merito degli anni ’80.
    Credo dipendesse solo dal fatto che “noi” avevamo intorno ai vent’anni.
    E credo sia lo stesso per ogni generazione quando ripensa ai “suoi” vent’anni.
    Per questo è giusto ricordare, ma odio chi dice “ai miei tempi”: come diceva Mafalda di Quino, i “miei tempi” sono questi, qui e ora.

  • Bello perchè sono rappresentate tante diverse posizioni, alcune per me condivisibili e altre meno.
    La frase migliore è quasi all’inizio e la dice Vittore Baroni: “Non è più eccitante esplorare quanto succede intorno a noi qui e ora, o inventarsi un’esplosione di creatività per il 2014?”
    Per quanto mi riguarda, la risposta è “sì”.
    E’ molto meglio essere qui e ora piuttosto che vivere nel passato… 🙂

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